Don Tonino Vescovo un fede piena di umanità.

tonino

L’esperienza di suo segretario personale mi ha dato la possibilità di conoscere molto bene la sua alta statura umana, culturale, spirituale e pastorale. Sicché ogni volta che devo parlare di lui, tremo al pensiero di poter sbiadire la forza profetica delle sue scelte, dei suoi scritti, dei suoi gesti. Don Tonino è stato un “indice puntato” su Gesù Cristo! Un uomo, un cristiano, un prete, un Vescovo innamorato di Gesù Cristo: questo è don Tonino! A partire da qui possiamo provare a capire la sua personalità e il suo ministero; la sua attenzione ai poveri, il suo impegno per la pace, la sua carica profetica, la sua incredibile riserva di speranza. Questa è la chiave per entrare nel suo cuore. Diversamente vi gireremo attorno con il rischio di non capire più di tanto.
Don Tonino è stato il Vescovo “in mezzo” al suo popolo. Sì, “in mezzo”! Lo ripeteva spesso: compito del pastore non è quello di stare avanti o dietro, ma in mezzo! Per chi l’ha conosciuto veramente, don Tonino rimane, infatti, l’icona vivente del “buon pastore” che conosce le sue pecore. E conoscere nella Bibbia è sinonimo di amare, amare non in maniera astratta ma concreta. Don Tonino, dunque, è il Vescovo pastore! Cosa spinge don Tonino a vivere il suo ministero con questa passione divina e umana? Il suo desiderio ardente di ripetere Gesù nella sua vita. Gesù che fa? Entra nella sinagoga e nel Tempio; si ritira in luoghi abitati dal silenzio: la montagna, il lago, il deserto. Ma Gesù entra anche nelle case della gente. Anzi, dovremmo dire, soprattutto nelle case. Entra nei luoghi dove la gente vive, lavora, soffre, incontra la gente per la strada. Stare con la gente per lui non è perdita di tempo, ma kairos (cioè grazia, tempo di salvezza).
Lasciate che vi racconti almeno due testimonianze.
La testimonianza del Signor Barile, un povero sarto di Giovinazzo che per tirare avanti è costretto poi a cambiare mestiere: aprirsi una tabaccheria. Don Tonino un bel giorno entra nella sua bottega e si intrattiene con lui. Nell’atto di congedarsi si presenta: sono il nuovo Vescovo.
E la testimonianza di Giovina, figlia di un federale fascista che improvvisamente si impoverisce perché all’indomani della caduta di Mussolini incendiano la masseria del papà. Divenuti poveri, i genitori combinano il suo matrimonio con un netturbino di Giovinazzo dal quale ha 5 figli, di cui l’ultimo down. Don Tonino va a trovarla di tanto in tanto, e lei oggi con orgoglio indica la sedia e il punto preciso dove don Tonino si sedeva in casa sua per parlare con lei.
Don Tonino ha restituito ad entrambi la dignità di persona che pensavano di non avere, di non meritare. Vi dicevo: amare non in maniera astratta, ma concreta e quindi a tutte le ore! Sta qui la differenza. È il caso di quella ragazza che bussa al portone dell’Episcopio di notte, perché è stata cacciata di casa. Ecco che fa: telefona alla prima e poi alla seconda e poi ancora alla terza casa di suore di Molfetta perché l’accolgano fino a quando non si trova una soluzione definitiva, e tutte e tre le volte si sente dire: “Eccellenza devo prima chiedere alla Madre Provinciale“…
Non è difficile immaginare come va a finire la storia: la ospita in casa sua.
Questo era lo stile (o come amava chiamarlo lui, il look) di don Tonino: uno stile fatto di incontri veri, dove non vi erano filtri di alcun genere. Per questo, per lui era fondamentale ricordare i nomi. Già da parroco imparava i nomi di tutti i suoi parrocchiani, sicché quando questi erano davanti a lui per ricevere la comunione, diceva: Antonio, Laura, Gianni… il Corpo di Cristo! Da Vescovo, durante la preghiera eucaristica, mandava a memoria i nomi di tutti i ragazzi che aveva cresimato. E con i nomi ricordava le storie, i legami, il passato e i sogni di ciascuno. Privilegiava così le storie di coloro che apparentemente sembravano vinti (le cosiddette pietre di scarto). I perdenti della vita diventano così la chiave di lettura per parlare di una storia in cui c’è posto per tutti. Visita e frequenta i luoghi in cui la gente vive e qui, inevitabilmente, incrocia gli ultimi. Vorrei concludere questa mia testimonianza richiamando l’attenzione su un tema a lui particolarmente caro, il potere dei segni, e lo faccio cedendo la parola allo stesso don Tonino:
«Non abbiamo più i segni del potere. Se noi potessimo risolvere tutti i problemi degli sfrattati, dei drogati, degli immigrati, i problemi di tutta questa povera gente, se potessimo risolvere i problemi dei disoccupati, allora avremmo i segni del potere sulle spalle. Noi non abbiamo i segni del potere, però c’è rimasto il potere dei segni, il potere di collocare dei segni sulla strada a scorrimento veloce della società contemporanea, collocare dei segni vedendo i quali la gente deve capire verso quali traguardi stiamo andando e se non è il caso di operare qualche inversione di marcia: ecco il potere dei segni e i segni del potere».

don Gianni Fiorentino*