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Catechesi

Don Fabio Rosini: ecco perché Dio ci proibì l’albero della conoscenza

Don Fabio Rosini, sacerdote e biblista, è conosciutissimo dai giovani romani e non solo, per le sue catechesi partecipatissime e molto singolari, che cercano di avvicinare chiunque alla comprensione delle Sacre Scritture.

Il suo linguaggio semplice e gioviale permette a tutti coloro che lo ascoltano di apprendere come la Bibbia, in effetti, contenga le istruzioni per la vita di ogni giorno, per ognuno di noi.

Sta a noi, con l’aiuto di sacerdoti e guide, come don Fabio Rosini, metterci in ascolto della Parola di Dio e renderci conto di come si presti a renderci felici e non severi e pedanti, come molti si aspetterebbero.
Nella catechesi riprodotta in basso, don Fabio Rosini riflette sul concetto di ispirazione, come atto d’amore, attraverso il quale, ci adoperiamo per dare agli altri una diversa visione delle cose, delle situazioni da affrontare, proprio nel momento in cui essi non sarebbero disposti a comprenderla, ma a rinunciarvi.

E’ ciò che don Fabio Rosini fa -in questo caso- parlando dell’albero della vita e dell’albero della conoscenza del bene e del male, citati nella Bibbia, ma è anche l’atteggiamento che i genitori dovrebbero avere nei confronti dei loro figli.
Don Fabio Rosini, per spiegarcene facilmente il senso, parla della sua esperienza con le famiglie; di quando si è reso conto come mancasse loro il senso dell’unione, della comprensione e della compartecipazione tra i vari ruoli.

Don Fabio Rosini: L’albero della conoscenza

La madre -in queste famiglie- era sempre molto attiva e presente, ma il padre non lo era affatto e i figli risentivano, puntualmente, della mancanza di punti di riferimento sani e da entrambe le parti, dalla mamma e dal papà, cioè.
In merito a queste situazioni, ci si domanda, dunque: come si può desiderare di incontrare il Padre celeste, senza che si senta il bisogno di un padre?
Se, per definizione e per natura, la madre genera, il padre è il recinto di protezione e, allo stesso tempo, colui che indica il limite del lecito (come da un’antica definizione del termine “padre”).

Questo non significa che i ruoli di mamma e papà debbano essere così distinti e non interagenti o limitati da una sorta di discriminazione implicita, ma solo che i loro primari compiti dovrebbero essere incisivi nella famiglia, perché ogni membro acquisti una propria identità e non cresca come una nazione senza frontiere e senza morale.
Del resto, dice don Fabio Rosini, “la madre è un “si” meraviglioso, il padre un “no” sapiente” e non esiste uno senza l’altro. Così, la Misericordia e la Verità si incontrano e, se riescono a fondersi, danno vita ad un’unione invincibile.

Nel Libro della Genesi si legge: “Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. (…) Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”.”.

Come interpretiamo, oggi, questo comando, dato dal Signore all’uomo; come un limite imposto o come una protezione, dettata dal suo amore per noi?
Beh, noi cristiani, in questo atteggiamento del Padre, scorgiamo la sua intenzione di proteggerci, la sua volontà di dirigere noi suoi figli verso il meglio.
Notiamo, con don Fabio Rosin, che “dietro ogni nostro singolo peccato, c’è un limite rifiutato e -badate bene- dietro ogni nostro singolo impiccio interiore (…), c’è un “no” non accolto”.
Quanto è necessario, dunque, per una sana crescita spirituale e umana avere dei limiti e imparare ad accettarli, anzi, a farne tesoro?

Certamente non è facile, né immediato comprendere perché Dio proibisce di cibarsi dell’albero della conoscenza del bene e del male.
Potrebbe sembrarci un’imposizione, un modo per limitare la nostra libertà, la maniera per tenerci allo scuro di alcune vicende.
Invece, il motivo è un altro: il bene e il male sono gli estremi della realtà conoscibile, sarebbe una pretesa assurda, dunque, per una persona comune, contenere la conoscenza di tutto ciò che c’è nel mezzo.

Nel Libro dell’Ecclesiaste, si legge: “Io, Qoèlet, sono stato re d’Israele in Gerusalemme. Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. È questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino. Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento. Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare”.
Nel giardino dell’Eden, Adamo ed Eva eravamo di fronte alla possibilità di accettare con umiltà il loro limite, di riconoscersi semplicemente creature umane, al cospetto del nostro Onnisciente Creatore.

L’albero della vita

Nello stesso giardino, c’era anche l’albero della vita, che ci diceva che possiamo avere in dono l’esistenza, ma senza pretendere di capire tutto. Questa ultima condizione, però, non venne neppure contemplata: l’uomo volle conoscere a tutti i costi e, per questo, non ebbe più la vita.
Quella che poteva sembrare una proibizione, da parte del Signore, era un invito perché l’uomo comprendesse e accettasse la sua natura limitata e imparasse a forgiare la propria sana coscienza delle cose, anelando ad avvicinarsi a Dio, ma senza arroganza.

A causa della scelta di Adamo ed Eva, si rese necessaria quella di Dio di inviare sulla terra colui che sarebbe salito su un altro albero: la croce, per riscattarci dalla “morte per sempre” a cui andavamo incontro inesorabilmente.
Sarebbe, dunque, opportuno, oggi, che l’umanità si rendesse conto della sua piccolezza di fronte all’immensità del suo Dio, perché si accorga, finalmente, di quell’abbraccio che, fungendo da recinto intorno alle nostre esistenze, ci difende dal resto, dal male, da ciò che ci allontana dallo scopo per cui siamo stati creati, quel sesto giorno, quando, per un grandioso gesto d’more, Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza …”.

Antonella Sanicanti

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