Diritti lgbt: ha senso collocare l’Ungheria tra i “cattivi”?

Budapest vuole proteggere i minori da pedofilia, sessualizzazione precoce e ideologia gender ma a Bruxelles la cosa non va giù.

Ci risiamo. Ancora una volta al governo Orban è stata assegnata la parte del “cattivo”. E il casting, ancora una volta, si svolge a Bruxelles.

Orban contro (quasi) tutti

Per l’ennesima volta, Budapest è stata minacciata di sanzioni dall’Unione Europea. La più dura di tutti è stata la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che ha definito la nuova legge ungherese una “vergogna”.

Intanto il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel ha posto la questione magiara all’ordine del giorno nell’agenda dei 27 leader europei, facendo passare in secondo piano temi urgenti, dall’immigrazione alla moneta. Persino Amnesty International si è mobilitata, supplicando senza successo il presidente ungherese János Áder di non firmare la legge.

Diciassette partner europei (Belgio, Germania, Francia, Spagna, Irlanda, Olanda, Svezia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Lussemburgo, Italia, Svezia, Cipro, Malta, Grecia) hanno firmato la loro dichiarazione di biasimo contro una legge giudicata “discriminatoria per le persone Lgbti, contraria ai valori e principi europei.

Hanno invece preso le difese dell’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Croazia, la Slovenia e la Polonia. La prospettiva è ora una procedura di infrazione a carico dell’Ungheria.

Innocenza dei bambini da preservare

Ebbene, cosa c’è di tanto aberrante nella nuova legge ungherese da meritarsi tante invettive? In primo luogo, va ricordato che questa norma non punisce l’omosessualità ma la pedofilia. Per essere più precisi, inasprisce le pene per gli abusi sessuali sull’infanzia e pone serie restrizioni intorno all’educazione sessuale, affinché quest’ultima non diventi veicolo di insegnamenti equivoci.

Con la schiacciante maggioranza di 157 voti su un totale di 199 seggi, la legge è passata, godendo dell’appoggio trasversale di Fidesz, il partito del premier Viktor Orban, e dell’estrema destra. Quasi tutta la sinistra si è astenuta e un solo parlamentare ha votato contro.

In primo luogo, la nuova legge proibisce di “rendere accessibile a persone che non abbiano raggiunto l’età di diciotto anni contenuti che siano pornografici o che raffigurino la sessualità in maniera gratuita o che propagandino o ritraggano divergenza dall’identificazione corrispondente al sesso di nascita, cambio di sesso od omosessualità”.

Anche a livello mediatico, la severità è notevole: qualunque programma televisivo che possa “esercitare un’influenza negativa sullo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori” va classificato come “inappropriato per un pubblico minore di diciotto anni. A maggior ragione se accompagnato da immagini o attributi di violenza e se contiene riferimenti all’omosessualità o all’identità di genere.

Stesso discorso a livello educativo in senso stretto: le scuole non potranno veicolare contenuti o insegnamenti volti a “propagandare la divergenza dall’identificazione col sesso alla nascita, il cambio di sesso o l’omosessualità”. In estrema sintesi, in qualunque ambito, è vietata la propaganda gender tra i minori.

Da segnalare – ultimo ma non ultimo – l’istituzione del registro pubblico dei criminali pedofili, secondo uno schema già adottato negli USA. I diffusori di materiale pornografico infantile, infine, sono puniti con 20 anni carcere, con divieto di libertà vigilata se le vittime hanno meno di 12 anni. Nei casi più gravi la pena diventa imprescrittibile, mentre sarà permanente il divieto di impiego di pedofili scarcerati in qualunque luogo dove siano presenti minori.

Europa tremendamente coerente con i suoi “nuovi principi”

Il risvolto paradossale dell’attacco frontale dell’Unione Europea all’Ungheria è nel fatto che la nuova legge magiara è perfettamente coerente con numerosi principi di diritto internazionale. In primo luogo, realizza perfettamente l’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”.

A dare ragione a Orban è persino la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che, all’articolo 14, comma 3, afferma: “la libertà di creare istituti di insegnamento nel rispetto dei principi democratici, così come il diritto dei genitori di provvedere all’educazione e all’istruzione dei loro figli secondo le loro convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche, sono rispettati secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”.

È incredibile la foga con cui la totalità dei paesi dell’Europa occidentale si sono scagliati contro l’Ungheria, senza entrare nel merito della nuova legge e senza minimamente prendere in considerazione il lodevole intento della protezione dei minori.

L’Europa che condanna senza appello l’Ungheria, del resto, è la stessa Europa che, votando a favore del Rapporto Matić, si è espressa a favore dell’aborto come “diritto umano”. Per affermare un diritto presunto, tuttavia, si va a calpestare quello dei più deboli: i bambini non nati e quelli nella delicata fase della crescita, ormai inseriti in un processo educativo. Dei primi è minacciata la vita, dei secondi l’innocenza. Questa è l’Europa di oggi: forte coi deboli e debole coi forti. Un’Europa ormai tremendamente coerente con i suoi nuovi principi antiumani, prima ancora che anticristiani.

Luca Marcolivio 

 

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