Sono cresciuta con due madri, ma rimpiango di non essere cresciuta in una famiglia tradizionale

 

La cultura mass mediatica e sociale odierna tende ad insegnarci ad amare la diversità e a lasciarla vivere accanto a noi in piena libertà. Sembra il concetto più naturale e pieno d’amore possibile, un’attuazione indistinta di ciò che viene testimoniato dal Vangelo, ovvero “Ama il tuo prossimo come fosse te stesso”.

Non si può dunque attaccare la tendenza moderna a voler fare rispettare i diritti fondamentali di tutti, semmai ciò che non comprendo di questa cultura è il perché si voglia omologare il diverso, farlo apparire uguale in tutto e per tutto. Una volta imparato ad amare la diversità per quale motivo la si dovrebbe considerare uguaglianza?

Questa premessa serve per introdurre l’argomento della genitorialità omosessuale, recentemente sul ‘The Federalist’ è apparsa una lettera aperta di una giovane donna che è cresciuta con due madri e che per lungo tempo è stata affianco alle lotte di rivendicazione della comunità LGBT, ma che adesso, avendo sperimentato in prima persona cosa voglia dire una famiglia tradizionale ha voluto esprimere la sua contrarietà a quella omosessuale.

La donna esordisce dicendo: “Comunità gay, io sono tua figlia. Mia madre mi ha cresciuto assieme alla sua partner dello stesso sesso negli anni ’80 e ’90. Lei e mio padre sono stati sposati per un periodo, lei sapeva di essere omosessuale prima di sposarsi, ma le cose erano diverse allora. Lo lasciò quando avevo due o tre anni perché voleva la possibilità di essere felice con qualcuno che veramente amava: una donna”.

Da queste prime parole si capisce come non si tratti di una donna razzista o non aperta alle istanze della comunità LGBT, alla quale ritiene sia giusto vengano dati pari diritti, pari opportunità e sopratutto pari dignità. Il suo discorso è puramente emozionale e riguarda la difficoltà di crescere in una società in cui gli uomini non solo sono ritenuti non necessari ma un male.

Per questo la coraggiosa donna, con il rischio di essere additata come nemico degli omosessuali, scrive senza remore: “Sto scrivendo a voi perché sto uscendo dall’armadio: non sostengo il matrimonio gay. Ma non per le ragioni che pensate, non è perché siete gay. Vi amo tanto. E’ a causa della natura del rapporto dello stesso sesso. Ho sempre sostenuto il matrimonio gay, ma solo oggi con un po’ di esperienza e di distanza dalla mia infanzia sono in grado di riflettere sulle mie esperienze e riconoscere le conseguenze a lungo termine che i genitori dello stesso sesso genitori hanno avuto su di me. Ed è solo ora, mentre guardo i miei figli amare ed essere amati da loro padre ogni giorno, che io posso vedere la bellezza e la saggezza del matrimonio tradizionale e della genitorialità”.

La critica ai genitori dello stesso sesso non parte dal pregiudizio o dall’odio, ma dalla semplice esperienza, da bambina desiderava ardentemente la figura del padre, una figura che le è stata negata facendola soffrire non poco. Per far comprendere meglio il proprio giudizio negativo la donna spiega che non si tratta del fatto che due donne o due uomini non possono essere due ottimi genitori, ma che nell’immaginario e nella crescita del bambino l’assenza di uno dei due ruoli crea un vuoto che nessuno può colmare, infatti scrive: “Il matrimonio gay non si limita a ridefinire il matrimonio, ridefinisce anche i genitori. Promuove e normalizza una struttura familiare che necessariamente ci nega qualcosa di prezioso e fondamentale. E ci nega qualcosa di cui abbiamo bisogno e tanto desideriamo, mentre allo stesso tempo ci dice che non abbiamo bisogno di ciò che naturalmente desideriamo. Che saremo a posto. Ma noi non lo siamo. Stiamo male”.