Coronavirus, la toccante lettera dell’infermiera ai 4 figli prima di morire

    ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:14

    Una lettera toccante ha fatto il giro del web. Un’infermiera ha fatto parlare una mamma con le sue quattro figlie poco prima di morire. 

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    Il lavoro duro delle infermiere per i malati di coronavirus – sourceweb

    Un’esperienza che segna nel profondo e che inevitabilmente ci parla della finitezza della vita umana ma dell’infinità dell’amore, quell’amore che Nostro Signore ci ha testimoniato con il Suo martirio sulla Croce. Un’operatrice sanitaria di uno dei reparti oncologici Covid organizzati nel torinese ha raccontato di essere stata partecipe di un momento di profondo dolore e sofferenza.

    La toccante lettera dell’infermiera

    Lo ha fatto inviando via mail una lettera al sindaco della sua cittadina, Volvera. Il primo cittadino ha così deciso di condividerla sul gruppo Facebook “Sei di Volvera se…”. In poche ore la lettera è stata rapidamente condivisa, testimoniando la durezza del lavoro a cui si è sottoposti ad esempio all’interno degli ospedali.

    La donna è una madre di due figlie di 20 e 25 anni. Il momento di cui è stata partecipe l’ha segnata nel profondo, ammette. La donna a cui ha prestato servizio in ospedale aveva 55 anni ed era ricoverata per colpa del virus. Era vedova, madre di quattro figlie e aveva già patologie pregresse legate a un tumore.

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    Infermieri americani che pregano sul tetto dell’ospedale – Fonte: it.churchpop.com

    L’ultimo desiderio

    La sua speranza si è fatta via via più debole, e l’unico suo desiderio era quello di avere un ultimo contatto con i suoi familiari. Così l’infermiera si è organizzata per fare una videochiamata con i quattro figli. Insieme, si sono scambiati un ultimo doloroso saluto.

    «Che bello essere chiamati angeli… ma chissà se poi lo siamo davvero. È un sabato mattina di una settimana di allerta covid. Finalmente un giorno di riposo dopo tanto lavoro. Finalmente puoi dedicarti alla famiglia. Per te la quarantena non esiste, non esiste il divieto ad uscire… non è mai esistito. Tu DEVI lavorare, sei preziosa… dicono. E invece no, niente riposo. Arriva la chiamata. Si deve andare. C’è bisogno di coprire turni. Il lamento è d’obbligo, non vorresti… ma si fa”, racconta la donna nella lettera.

    L’idea in corsia ospedaliera

    “Entri dalla paziente, la conosci… la saluti”, continua il racconto. “Ha un casco sulla testa, si chiama c-pap. Serve per respirare meglio. Non ha molte speranze e il monitor al quale è collegata ne dà conferma. Ma la paziente è cosciente, lucida e orientata nel tempo e nello spazio… ma soprattutto sa che sta per morire. Lo sa, lo percepisce, lo sente”.

    Poi l’infermiera chiede alla donna: “amore, sei mamma?. Sì, di due ragazzi.’Allora puoi capire cosa sto provando?’. Posso provare, ma se vuoi, puoi descrivermelo, ti ascolto. ‘Ho quattro figli… sono sempre stati tanto mammoni. Un rapporto bellissimo, anche perché gli ho fatto da madre e da padre, visto che sono rimasta vedova da giovane. Non ho paura di morire, vorrei solo non soffrire. Ma l’altro giorno uno dei miei figli è venuto a trovarmi e non lo hanno più fatto entrare. È stato obbligato, non una scelta. Non ho potuto vedere più i nipoti, le nuore, nessuno. Io qui, loro a casa. Non ho potuto dir loro quanto bene gli voglio…'”.

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    Il lavoro duro delle infermiere per i malati di coronavirus – (Photo by Getty Images)

    Un desiderio di mamma

    Un desiderio che corrisponde a quello che avrebbe qualsiasi mamma. “La signora ha un cellulare vecchio, non è anziana, ma nemmeno pratica con la tecnologia. Mentre parla c’è quello sguardo posato su di te, come se volesse chiederti qualcosa, uno sguardo che ti ha trafitto: non sei soltanto un operatore, sei mamma, sei figlia… A un tratto, un’idea: le chiedi di passarle il telefono. Poi dici a quella voce all’altro capo del telefono: radunatevi tutti e quattro ma proteggetevi con le mascherine. Fatelo prima che potete e poi chiamate in videochiamata questo numero. E gli dai il tuo: vi farò vedere mamma”.

    Così, finalmente, la chiamata. “Non passa neanche un’ora e la collega dice che dalla borsa sta squillando il tuo telefono. Tu sei sempre vestita e sempre in quella stanza, non sei mai uscita. Le chiedi di prendere il cellulare, metterlo in un sacchettino, disinfettarlo e passartelo”.

    La toccante videochiamata

    Così comincia la videochiamata. “Tutti e quattro i figli lì… la paziente non se lo aspettava ed è felice. E tu con lei. Si parlano un bel po’, si raccontano, si dicono ti amo. Lei desatura spesso perché si sta affaticando… ma proprio non te la senti di chiedere di chiudere. Meglio che la decisione sia la loro. La chiamata dura circa mezz’ora ed è come se un cerchio si fosse chiuso, quello che doveva essere è stato. Lei aveva resistito solo per loro, per vederli, per salutarli. Hai il cuore in mille pezzi. Pensi a te e ai tuoi figli e comprendi tutto… ogni sua preoccupazione. Ti prende la mano, ti dice “grazie, veglierò su di te, per quello che hai fatto”. E fai fatica a non piangere. La paziente si spegne”.

    Il senso del sacrificio a cui siamo chiamati

    Poi arriva la domenica mattina.”L’agenzia di pompe funebri è venuta a prendere la salma. Uno solo dei figli presente, a debita distanza. Dà indicazioni all’incaricato e vanno via. La sua macchina svolta a destra, la salma va a sinistra… sola. Non ce la fai, quello è troppo! E se fino ad ora non avevi pianto, ora non ce la fai”.

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    Il lavoro duro delle infermiere per i malati di coronavirus – photo pixabay

    Un racconto che finisce spiegando il senso delle misure prese, e del sacrificio a cui siamo tutti chiamati anche se c’è chi non lo comprende. Quello cioè di stare a casa. “A casa apri Facebook. Lamentele ovunque. Vi hanno negato la libertà, il bimbo non può andare più al parco, il cane passeggia troppo in là da casa, non si trova più lievito. Lamentele che ora mi paiono senza significato. Anche perché su una cosa ancora siamo fortunati: a noi ci saranno state anche negate delle cose, dovremmo anche fare sacrifici, ma almeno noi abbiamo ancora la dignità, un diritto che il covid19 ti toglie, senza poterti lamentare”.

    Giovanni Bernardi

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