Comunismo storico e violenza politica nel 2018

comunismo storico e violenza politica
comunismo storico e violenza politica in nome “della pace”

Nelle settimane precedenti alle elezioni del 4 marzo c’è stata una recrudescenza di episodi di violenza politica, compiuti da militanti ed attivisti dell’estrema sinistra, eredi di quel comunismo storico reale, aldilà delle belle utopie mai realizzatesi.

In realtà, sono anni e anni, che la violenza di soggetti extra-parlamentari di estrazione marxista inquina il dibattito civile e la vita democratica del paese. C’è da temere che anche nei prossimi tempi, specie se l’affermazione del ‘populismo’ dovesse continuare in tutta Europa, gli episodi di intolleranza continueranno imperterriti.

Il problema della violenza politica di sicuro non è nato ieri, ed è almeno dal cosiddetto Risorgimento, a voler essere brevi, che la lotta elettorale o ideologica, ha conseguenze sanguinose per qualche cittadino e non rari tutori delle forze dell’ordine.

L’ideologia del comunismo però, teorizzata da Karl Marx nell’Ottocento e portata al potere da Vladimir Lenin nel 1917, ha la violenza nel proprio DNA, ed è inimmaginabile un comunismo senza violenza. Gli storici si accordano nel calcolare ad oltre 100 milioni le vittime del comunismo nel mondo intero. Pochi conoscono un altro dato raccapricciante: nella sola Unione Sovietica, in 3 decenni ovvero dal 1917 al 1947, ci sono stati 30 milioni di cittadini assassinati in nome dell’ideologia, della lotta di classe e della dittatura del proletariato. Una cifra così inconcepibile in così poco tempo probabilmente non era stata mai raggiunta nella storia umana universale.

Come ha più volte ricordato Marcello Veneziani, il teorico del comunismo Antonio Gramsci, a torto ritenuto un martire e un patriota, diceva che la violenza fascista era sbagliata perché regressiva, quella rossa era invece legittima perché progressiva (cf. M. Veneziani, Imperdonabili, Marsilio, 2017, pp. 99-105).

Si tratta di un’ottima sintesi del pensiero comunista sulla violenza, pensiero che da Marx a Georges Sorel (1847-1922) arriva in linea retta sino alle Brigate Rosse (per il partito comunista combattente) e agli odierni centri (a)sociali.

Seguendo Gramsci in effetti, la violenza progressiva è buona, ed anzi senza violenza contro le “oscure forze della Reazione” non ci può essere vero progresso storico: ci sono qui gli echi palesi dei rivoluzionari del Settecento da Babeuf, sino a Robespierre e Marat. Ecco perché i teorici del comunismo si sono via via identificati con gli eretici più ribelli, violenti e insubordinati della cristianità, e coi rivoluzionari di ogni risma (dai valdesi agli anabattisti, sino a Lutero e Calvino, e allo stesso Savonarola, che però rimase cattolico nonostante tutto).

Oggi è palese il corteggiamento rosso verso il mondo islamico-islamista, dai Fratelli mussulmani, ai jahdisti, all’Isis. Dove c’è violenza in effetti, c’è rottura di un ordine. Ma se il pensiero comunista, specie nel suo filone anarchico-rivoluzionario identifica l’ordine col male, ecco che la violenza è necessaria, ed è un bene. L’assenza di violenza, di insubordinazione e di ribellismo, è giudicata viltà borghese e conservatorismo da Engels sino a Toni Negri, passando per Mao, Stalin e Togliatti, tutti più o meno giustificazionisti in rapporto alla violenza popolare contro questo o quel governo.

Il pensiero politico avverso al marxismo in tutte le sue sfumature è il pensiero politico classico, cattolico e conservatore. Ne abbiamo un esempio, nero su bianco, nella dottrina sociale della Chiesa, stimata in genere dagli stessi conservatori non credenti, sia sulle questioni della famiglia (eterosessuale e monogamica), sia in rapporto allo Stato e alla società civile. E questa dottrina, in tema di violenza, ammette come extrema ratio sia la guerra giusta che la legittima difesa armata. Ma la logica che presiede alle loro teorizzazioni è totalmente diversa rispetto alla logica dei marxisti. Non si tratta, come nella guerra rivoluzionaria e nella dittatura del proletariato, di distruggere un ordine ritenuto per motivi discutibili ingiusto o oppressivo. Per la guerra “cristiana” occorre, secondo il Catechismo ufficiale, “che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate ragioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da evitare” (n. 2309 del Catechismo promulgato da Giovanni Paolo II nel 1997). E poi che siano le autorità legittime dello Stato a dichiarare la guerra, in modo aperto e legale. Sono paletti importanti e decisivi, che i rivoluzionari di professione hanno divelto, giudicando tiranno chiunque non vada loro a genio, magari perché tendenzialmente destrorso, borghese, cattolico, nazionalista o conservatore. E proprio a partire dal loro ideale astratto di giustizia (proletaria o popolare) le BR sparavano su poliziotti, magistrati, cittadini non marxisti e politici non (sufficientemente…) comunisti.

Si capisce benissimo che la dottrina cattolica qui citata sulla guerra giusta è una dottrina di ordine e di pace, esattamente all’opposto delle teorie politiche contemporanee, come quelle legate alla Rivoluzione francese (“Tutti alle frontiere per liberare l’umanità”) o quelle marxiste di “Guerra al capitalismo” e di “Proletari di tutto il mondo uniamoci”. Per fare che? per rompere le catene dell’ingiustizia o le teste dei padroni?

Gli odierni attivisti dei centri (a)sociali sono gli eredi del comunismo sovietico, unito al libertarismo anarchico-rivoluzionario di Bakunin, Malatesta e altri. Anzi, il comunismo-regime lo rigettano ormai quasi in toto, poiché simile a quell’Ur-Faschismus (Umberto Eco) che esiste, laddove esiste un qualunque ordine sociale e dei tutori dell’ordine. Per questi soggetti anarchici e a-nomici (nel senso del nomos secondo Schmitt, cf. Legalità e legittimità, Il Mulino, 2018) non vige una democrazia vera oggi in Italia o in Europa, poiché i conti in banca sono diversi! E nella loro filosofia nichilistica e ribellistica non esistono principi universali assoluti, come il rispetto del prossimo e la tutela della pace. Così, secondo la loro logica, il poliziotto in quanto tutore dell’ordine sociale è sempre un nemico a prescindere. Fosse anche uno che ha idee sballate come le loro e voti Potere al popolo! Hai una divisa e delle manette? Sei un nemico a priori, e vai colpito. Credono così di aprire la strada all’anarchia, mezza Woodstock e mezza ghetto di migranti. La violenza al contrario chiama la repressione…

Lo scopo di queste frange pericolose e coccolate dal Sistema è quello di sabotare l’ordine, in quanto l’ordine come tale è il nemico. Questo spiega anche l’odio per il fascista, vero o presunto che sia. Per loro la differenza è minima tra Salvini, Berlusconi, Trump e Di Stefano, così come storicamente mettono più o meno sullo stesso piano Mussolini e De Gaulle, De Gasperi e Almirante. Erano per l’ordine (borghese, cristiano, fascista)? Devono essere abbattuti.

Esattamente al contrario noi ci auguriamo che qualunque sia il prossimo governo esso abbia il coraggio e il senso di responsabilità di chiudere i covi della violenza e rieducarne i facinorosi.

Antonio Fiori