“Benedetta” al Festival di Cannes: il film blasfemo che offende i Cristiani

È stato proiettato in anteprima al Festival di Cannes il film che è più di una provocazione: una blasfemia contro il cristianesimo. 

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L’autore è il regista olandese Paul Verhoeven, già abituato alla produzione di pellicole controverse, che anche stavolta non si è smentito riuscendo a fare parlare di sé e del suo film. Ovviamente, dileggiando gravemente la fede cristiana e i suoi simboli, come ormai vediamo da tempo, tra ritratti di Gesù omosessuale e altri esempi di questo tenore.

Il film del regista olandese che fa ben discutere in molti

Il film, incredibilmente, si ispira a una storia vera, quella della mistica Benedetta Carlini, e al libro di una storica statunitense, Judith Brown, “Atti impuri”, uscito nel 1986. Si tratta di una ricerca storiografica (in cui vengono riportati gli atti del processo contro Benedetta Carlini) relativa alla controversa figura di questa suora, mistica, figlia di una famiglia benestante che in epoca medievale entra nel convento di Pescia, in Toscana, a soli 9 anni.

In quel periodo storico la peste nera stava spargendo la sua miseria in tutto il Paese, e la suora già da piccolissima comincia ad avere visioni mistiche. Si tratta di estasi che hanno anche una forte componente che si muove tra il religioso e il corporeo, quasi a rasentare l’erotismo. Tutto questo suscita curiosità e fascino anche all’interno del monastero, e come potrebbe essere altrimenti visto che la donna si trovava davanti a sé Gesù.

La solita opera blasfema e il cristianesimo utilizzato per i propri fini

Evidentemente, però, la storia è sembrata molto succulenta al regista olandese, che ha giocato gran parte della sua carriere proprio su questa ambiguità erotica nelle sue pellicola. Per capirsi, si tratta dell’autore di film come “Basic Instinct”, “Showgirls”, “Elle”. Insomma, non proprio storie che si avvicinino alla complessità che offre la storia di vita della mistica Benedetta Carlini.

Infatti, quello che emerge dalla pellicola di Verhoeven, come spiegano in queste ore i critici cinematografici, è un registro palesemente “grottesco e kitsch”. Nel film, che si richiama quindi alla storia vera della suora mistica ma che ne stravolge il senso e soprattutto aggiunge dettagli a dir poco osceni e espressamente blasfemi, la devozione di Benedetta viene messa a prova con l’entrata in convento di Bartolomea, una bellissima ragazza orfana di madre e più volte abusata da padre e fratelli.

La storia della mistica Benedetta Carlini e il libro che la ricostruisce

Mentre Benedetta prova attrazione per Bartolomea, cominciano le visioni in cui Gesù le chiede di dedicarsi completamente a lui. Poi arrivano anche le stigmate, e Benedetta viene fatta badessa. Nel frattempo però Bartolomea è irriverente, provoca, tocca. Al punto che, e qui arriva la parte peggiore e senza dubbio più censurabile del film, Benedetta utilizza una statuetta in legno della vergine Maria per trasformarla in oggetto di piacere. Tutto questo porterà il nunzio papale a Firenze a recarsi a Pescia per vedere con i suoi occhi quanto stava accadendo.

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Insomma, benché si tratti di un film basata sul saggio di Judith Brown, che riporta a fatti veri legati a questa particolare vicenda, l’autore non ha fatto altro che usare il cristianesimo per irriderlo, offenderlo con i segni più sciatti e disgustosi, e nel complesso stravolgere in maniera negativa una storia sicuramente complessa e impegnativa da comprendere, specialmente se scevra dalla visione della fede di cui è intessuta la vita della religiosa.

Le tante stroncature da parte dei critici in Italia a un film di serie b

Il risultato, come spiega la critica cinematografica Teresa Marchesi su Huffington post, è un film di serie b, una sorta di “lussuoso B-movie lesbo-chic-conventuale”. “La sensazione è di assistere alla parodia dei filmetti italiani anni ’70, genere La Novizia con Gloria Guida, e allo sdoganamento di quelle innominabili emissioni corporee che resero celebre Alvaro Vitali”, spiega.

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Altrettanto netto è il giudizio del critico Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, che spiega come “il film sembra più provocatorio quando lo si racconta che quando lo si vede”. “Questo è appunto il gioco preferito da Verhoeven: mescolare spunti alti (il legame tra estasi e sessualità) e modi bassi (ai limiti del cattivo gusto), cinema popolare e ambizioni autoriali”, spiega Mereghetti. “Che funzionava con le gambe accavallate di Catherine Tramell ma meno con la santità e le tentazioni nell’Italia della peste e della Controriforma“.

La frase ipocrita detta dal regista ma che poteva di certo ben evitare

Il punto più basso forse viene raggiunto in conferenza stampa, quando alla domanda rivolta al regista, “Si aspetta attacchi e proteste?”, la riposta dell’olandese arriva con ipocrisia fulminante. “Perché, le sembra un film antireligioso?”. Ci si chiede come potrebbe essere altrimenti.

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In ogni caso, al di là del giudizio tecnico sul film, sulla sua realizzazione, sulla capacità o meno di “stupire”, “divertire”, o semplicemente fare parlare di sé, che starà allo spettatore nel momento in cui il film uscirà nelle sale, ci si chiede per quale ragione per realizzare questi tre intenti si debba necessariamente offendere il cristianesimo e la fede dei cristiani. Se mai sia veramente solo questo l’unico spunto che riusciamo a scorgere da storia di importanza capitale come quelle di santi, di fede, di visioni mistiche e estatiche, di un’epoca in cui l’umanità si è innalzata a vette mai così alte riuscendo allo stesso tempo a scavare così nel profondo dal fare impallidire l’umanità contemporanea.

Una riflessione obbligata di fronte a una vicenda di questo genere

Davvero tutto ciò che la nostra società riesce a ricavare da questi grandi esempi di innalzamento spirituale sia una sorta di pellicola di serie b con richiami volgari e di tale ignoranza? Perché se è veramente così, si tratta dell’ennesima prova della decadenza e dei limiti di una società che non solo è così ripiegata su sé stessa non tanto da non riuscire ad alzare lo sguardo al cielo, ma di non vedere nemmeno oltre il proprio naso, e oltre il fango delle proprie pulsioni amorali, istintive, bestiali.

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Davvero siamo arrivati al punto che quella che ci ostiniamo a chiamare “evoluzione” non sia altro che un coacervo di istinti primordiali e tristemente offensivi verso la cristianità ma anche l’umanità e il buonsenso di ciascuno? Forse, questo film è lo spunto per farci nuovamente riflettere, purtroppo, su che tipo di umanità siamo diventati. Davvero non riusciamo a scorgere nulla nella fede in Cristo che non vada oltre scherno, sessualità, violenza, relazioni umane di potere?

Un’occasione perduta per vedere oltre quello che oggi non si vede più

Forse dovrebbe essere questa l’occasione per provare a vedere che c’è qualcosa di più. Che quando la domenica si batte il petto a Messa, invitando a guardare “non ai propri peccati ma alla fede nella Tua Chiesa”, significa che avere fede non è aggrapparsi a uno sterile moralismo, che il Signore non chiama i bravi e buoni per celebrarli, ma i miseri e i peccatori per innalzarli.

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Che la Chiesa del Signore è una Chiesa di popolo e di umanità, in tutta la sua interezza e universalità. Che l’amore di Dio non si limita a una lista di precetti e di divieti, ma in una devozione incondizionata all’altro, fino al sacrificio supremo della morte sulla Croce con il quale l’ha dimostrato a tutti noi. Che le storie di santità non sono quelle di bravi scolaretti, sempre obbedienti e immacolati fin dalla più tenera età. Ma che al contrario sono vere e proprie storie di introspezione profonda, di abissi dell’animo e risalite impetuose fino al cielo.

Giovanni Bernardi

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