Alberto a 9 mesi rischia di morire se non arriva un cuore nuovo

Alberto a 9 mesi rischia di morire se non arriva un cuore nuovoLa storia del piccolo Alberto è di quelle che fanno stringere il cuore: affetto da una cardiomiopatia ipertrofica, il piccolo è intubato e sedato in ospedale in attesa che arrivi un cuore nuovo che gli permetta di vivere. La situazione è disperata, il bambino (di soli nove mesi) rischia di morire da un giorno all’altro e l’unica speranza di salvezza è che arrivi un cuore compatibile. La speranza che si possa salvare nasce dal fatto che i bambini in attesa di un cuore nuovo inseriti nella lista trapianti sono solo 9, di cui solo 2 hanno la stessa urgenza di Albero di ricevere il nuovo organo, ma perché venga salvato è necessario che qualcuno doni.

Le percentuali di donazioni d’organi ai bambini è in incremento ma nei casi di urgenza come questo potrebbero non bastare poiché i tempi di attesa vanno dai 37 ai 39 mesi di media. Il problema principale è dovuto alle cause di mortalità infantili che spesso coinvolgono non solo il cervello, ma anche altri organi, come spiegato a ‘Il Giornale‘ da Nanni Costa, direttore del Centro Nazionale Trapianti: “Il trauma cranico puro per un bambino è molto raro perché il decesso spesso coinvolge molti organi. Ecco perché è difficile avere un donatore piccolo”. Questo poi aggiunge che se nel caso degli altri organi è possibile effettuare una partizione, in quello del trapianto di cuore è necessaria la donazione di un organo “dimensionalmente simile”.

Alberto attende un trapianto di cuore, la mamma Elena: “La gente non pensa a donare”

Abbandonato il lavoro per seguire le sorti del suo piccolo di appena 9 mesi, Elena ha viaggiato per l’Italia, trasferendosi prima all’ospedale Meyer di Firenze e poi al Bambin Gesù di Roma. In queste ore attende con ansia che il telefono squilli e che qualcuno gli comunichi che il cuore per il figlio è arrivato. Intervistata sulla difficile situazione di Alberto, mamma Elena ha spiegato che un tempo non pensava ad iscriversi nell’associazione donatori, non per cattiveria, ma semplicemente perché non pensava a cosa potessero vivere i cari in situazioni come questa, per questo è convinta che ci sia bisogno di una maggiore sensibilizzazione sul tema: “ La gente non pensa a donare gli organi né a iscriversi nelle liste nazionali. E io facevo parte di quella categoria di persone disinteressate al problema. Poi è nato Alberto con la sua patologia e tutto è cambiato: gli occhi ti si aprono quando vivi un dramma come questo”. Adesso che lei si trova dall’altro lato comprende la frustrazione dei genitori in costante attesa di un miracolo, ma ha capito anche che donare non solo salva la vita di bambini e adulti, ma può alleviare il dolore di chi ha perso una persona cara.

Luca Scapatello