Meditiamo il Vangelo del 17 marzo 2026, iniziando la giornata con una profonda riflessione sulla Parola del Signore che ci viene offerta da don Luigi Maria Epicoco.

Nel Vangelo odierno, Gesù guarisce un paralitico, malato da 38 anni. Il Signore, con una sola parola rimuove la sua infermità, donandogli nuova vita.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 5,1-16
Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina?”». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.
Commento al Vangelo di oggi di don Luigi Maria Epicoco
Se qualcuno ci domandasse una definizione di disperazione, potremmo raccontare la vicenda del Vangelo di oggi. L’uomo del racconto di oggi è paralizzato da moltissimi anni, e la sua unica speranza è una piscina miracolosa alle porte di Gerusalemme.

Allora egli sosta lì a pochi passi da ciò che potrebbe cambiare il suo destino, ma non ha nessuna possibilità di arrivare a quell’acqua:
«Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me».
La disperazione è sapere che esiste un destino diverso dal nostro, che esiste l’esperienza dell’amore, che esiste l’esperienza della gioia, e che magari tutto questo è a pochi passi da noi, ma siamo incapaci di poter arrivare a vivere questo tipo di esperienza. Ecco allora che Gesù si insinua esattamente nella disperazione di quest’uomo, e desta in lui innanzitutto il desiderio della guarigione: “vuoi guarire?”.
Il miracolo non è avere qualcuno che ti prende in braccio e ti porta a quella piscina, ma il miracolo è sapere che quella piscina è venuta a te, e non è acqua, e non è un luogo, ma è qualcuno, ed è Gesù.
Ogni credente sa che non deve inventarsi un modo per arrampicarsi fino al cielo, ma deve fare memoria che il cielo è sceso da noi. È Gesù che ha riempito lo spazio che ci separa dalla felicità, dalla gioia, dall’amore, ma la vera domanda è se vogliamo accogliere questa esperienza dentro la nostra vita, se vogliamo accogliere Gesù.
Il peccato vero non è sbagliare, ma è separarsi da ciò che può renderci felici. Il vero peccato è rompere la relazione con Cristo, che in termini laici significa rompere la relazione con ciò che dà significato alla nostra vita. Quando la tua vita è separata da un significato allora tu puoi avere tutto ma ti senti paralizzato.
Ecco perché Gesù dice a quest’uomo ormai guarito:«Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio».
Non dobbiamo mai dare per scontato la nostra conversione. Potremmo tornare a sbagliare e a farci più male di prima, per questo dobbiamo conservare costantemente una grande umiltà, e un’immensa vigilanza su noi stessi.







