Un prete contro la camorra

Un prete contro la camorra
Don Aniello Manganiello

L’Italia è piena delle cosiddette “periferie esistenziali” tanto care a papa Francesco, tra queste, una vede protagonista un prete contro la camorra. In effetti, le inquietudini legate al fenomeno migratorio stanno facendo scivolare in secondo piano le questioni interne, come se le “periferie” fossero solo in Africa… In realtà, molti sono i territori difficili ai margini di grandi metropoli di cui il migrante a casa sua vede su internet solo gli sfavillanti centri storici con le loro strade brulicanti di persone, luci, negozi… Al contrario, l’amara realtà della maggior parte degli abitanti di quelle stesse città è in quartieri dormitorio, chiamati così proprio perché in essi ci si va solo a dormire la sera, dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro. Questo naturalmente per quelli svolgono un lavoro onesto, perché in alcune di queste zone l’attività più fiorente è quella legata al malaffare: estorsioni e spaccio sembrano a molti l’unica maniera per guadagnare qualcosa, per vedere il futuro. In questo, grazie anche al lancio mediatico dovuto alla nota serie televisiva “Gomorra” nonché al battage pubblicitario fatto dai media mainstream ai libri di Saviano, Scampia è diventata un quartiere simbolo del ruolo e della centralità che la camorra ha nell’hinterland napoletano. La Chiesa, avamposto di civiltà anche in quartieri così disagiati, è stata ed è tuttora presente in queste zone con i suoi uomini e le sue strutture: fra i protagonisti di questa lotta al malaffare una figura di primo piano è certamente quella di don Aniello Manganiello, parroco a Scampia per sedici anni fino al 2010, ma tutt’ora presente nel territorio grazie all’associazione “Ultimi” da lui fondata. La sua ricetta è stata quella di cercare di adattare i principi del Vangelo alle condizioni durissime, quasi disperate, del quartiere:

“Quando i camorristi mi chiedono di organizzare il futuro dei figli per evitare che facciano la loro fine, io non mando quei ragazzi ai cortei anticamorra con una bandiera e un megafono in mano e non propongo loro i sermoni di Saviano. […] Se propongo a un giovane di gettare la pistola, non posso da prete promettere solo il Paradiso, ma devo dare innanzitutto il pane. Pane e Vangelo. Non si può parlare di Dio a chi ha la pancia vuota. Nessuno mi crederebbe”.

Si tratta dunque di dare un futuro diverso a giovani che non vedono altra possibilità che quella di rifugiarsi fra le mani sicure della camorra, vista da loro come l’unica realtà in grado di fornire risposte concrete. Un futuro diverso basato sul lavoro, in una zona dove questo scarseggia. Non sono mancati i successi, come la conversione del boss Tonino Torre, o la seconda possibilità che, grazie a padre Manganiello, hanno avuto tanti (ex) affiliati della camorra che dopo aver abbandonato le armi oggi fanno una vita onesta. Ci sfugge il motivo del trasferimento d’ufficio di questo sacerdote, legato a scelte inerenti il suo ordine religioso e i suoi rapporti certo non felici con l’arcivescovo di Napoli card. Sepe: quello che è certo, è che don Aniello ha lasciato un segno profondo in questa comunità, mostrando al mondo come un uomo di Chiesa può fare – nel suo piccolo – dei veri e propri miracoli anche in contesti dove il senso di impotenza e rassegnazione sembrano farla da dominatori. Secondo p. Manganiello, l’80% delle persone che vivono in questi quartieri è gente per bene, che subisce il fenomeno malavitoso anche perché a suo dire questo

“risponde ai bisogni di un territorio che versa in condizioni difficili, critiche e alla disoccupazione continua. Purtroppo, in queste condizioni, aumenta il numero di giovani diplomati e laureati che preferiscono emigrare all’estero per un lavoro e per non cedere alle proposte fascinose della camorra. Questo cancro, che è la camorra, condiziona la vita del territorio […]”

Questo sacerdote ha ovviamente subito in maniera ripetuta minacce di morte dai clan camorristici locali, ma non ha mai voluto la scorta: a suo dire, questa scelta è motivata dal fatto che questo lo avrebbe allontanato “dalla sua gente”, impedendogli di svolgere in maniera piena il suo ministero. L’esatto contrario di alcuni cantori dell’antimafia che proprio a Scampia non hanno mai messo piede rifiutando anzi gli inviti delle municipalità locali. Ha detto bene p. Manganiello: oggi il mondo (e i giovani in particolare) hanno bisogno di esempi, di testimoni e non di maestri. Le filippiche pronunciate dall’attico di New York da uno che della camorra ha solo parlato, ormai non le sente più nessuno. Chiacchiere e sermoni che non hanno salvato né fornito speranza ad una persona che sia una e dando anzi lo spunto ad altri linguaggi (come quello cinematografico) per un ulteriore guadagno alle spalle di una realtà disastrata. Anche perché, ribadisce p. Manganiello, Scampia “non è Gomorra”: si ricorderà come in questa città, le cui dissolutezze sono descritte nel libro della Genesi, il Signore non aveva trovato neanche dieci giusti in nome dei quali salvare la città dalla distruzione imminente, nonostante i ripetuti tentativi di Abramo. A Scampia la stragrande maggioranza delle persone è costituita da gente per bene che, grazie anche al lavoro sul territorio di un uomo come p. Manganiello e al lavoro di associazioni, scuole e parrocchie, sta sviluppando gli anticorpi per combattere il male. Certo è che, come dice questo sacerdote, sono battaglie lunghe, ma è anche vero che, come dice il proverbio, “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”: grazie p. Aniello.

Alessandro Laudadio