Un innocente condannato a morte dalla Corte Europea

Sono passati meno di tre anni dallo straziante caso di Alfie Evans. E tre anni e mezzo da quello analogo, e altrettanto drammatico, di Charlie Gard. Mentre è ancora viva la memoria di questi due sfortunati bambini, la Gran Bretagna torna ad essere terra di morte.

Stavolta ad essere coinvolto è un adulto ma ciò non rende meno agghiacciante la vicenda. La tragedia si sta consumando in un ospedale di Plymouth, dove R.S., cittadino polacco trapiantato in Inghilterra, si trova da tempo in stato vegetativo.

La famiglia d’origine dell’uomo, di cui non si conosce l’identità né l’età, ha scatenato una battaglia legale per mantenerlo in vita. Il contenzioso, passando per i tribunali britannici, è arrivato fino alla Corte Europea per i Diritti Umani. Un copione già visto: come per i piccoli Charlie e Alfie, anche in questo caso, la Corte di Strasburgo ha rigettato l’istanza, pronunciandosi per una sostanziale condanna a morte per R.S.

La vicenda si è tramutata in una mezza crisi diplomatica, al punto che anche il governo polacco si è schierato dalla parte della madre e dei fratelli di R.S. Inutilmente, perché, lo scorso 11 gennaio, la Corte di Strasburgo ha respinto il ricorso. Non è stato nemmeno consentito di riportare il paziente in Polonia: molto strano, visto che questa soluzione toglierebbe un peso al sistema sanitario britannico.

Conflitto d’interessi alla Corte di Strasburgo

Siamo di fronte a un evidente conflitto d’interessi, nella misura in cui il giudice bulgaro Yonko Grozev, cui è affidato il caso, vanterebbe una militanza all’interno di una lobby per la legalizzazione dell’eutanasia nel mondo. In qualità di membro della Open Society Foundation di George Soros, Grozev avrebbe esercitato pressioni in tal senso nel proprio paese d’origine.

A conseguenza del diniego della CEDU, i familiari di R.S., appoggiati dal Christian Legal Center, hanno tentato l’ultima carta, chiedendo alla Corte di ricusare il giudice Grozev. Quest’ultimo, infatti, avrebbe alle spalle una campagna per la ridefinizione del concetto di “cure palliative” in senso eutanasico. La non imparzialità del magistrato bulgaro ha mandato su tutte le furie i familiari di R.S., ferventi cattolici e convinti pro life, rafforzandoli nell’intenzione di proseguire la battaglia legale.

“Mio fratello non vuole morire!”

Intervistata dalla Nuova Bussola Quotidiana, la sorella di R.S. ha riferito uno scenario spaventoso. Il personale sanitario dell’ospedale di Plymouth è più che mai determinato a non ripristinare cure e nutrizione, perché, a loro dire, le condizioni del paziente sarebbero precipitate negli ultimi giorni. Di fronte al parere contrario dei familiari, infermieri e medici avrebbero reagito bruscamente. “Era come se i dottori avessero un lavoro da fare e noi ci fossimo messi di traverso sulla loro strada”, ha confidato la sorella di R.S. La dirigenza ospedaliera di Plymouth avrebbe tirato fuori il lugubre e beffardo principio del “miglior interesse”, in nome del quale furono sacrificati Charlie e Alfie.

R.S., però, non vuole morire. La sorella lo ha compreso l’ultima volta che le è stato possibile visitarlo, a Natale. “Mi ha spezzato il cuore – ha raccontato in lacrime –. I supporti vitali, acqua e nutrizione, erano stati sospesi solo il giorno prima. Quando ha visto me e i miei figli entrare nella stanza, ha cominciato a piangere. Siamo riusciti a calmarlo parlandogli e rassicurandolo che avremmo fatto tutto il possibile per aiutarlo. A poco a poco smise di piangere e ci guardò”. La donna ha quindi ribadito: “Mio fratello vuole vivere. Non capisco perché vogliono che muoia”.

Speranza fino all’ultimo istante

Adesso alla famiglia è impedito di visitare R.S., ufficialmente a causa delle restrizioni Covid. Eppure, racconta la sorella “le restrizioni non si applicano a sua moglie perché ha convenuto che questo è un caso di fine vita, ma non sappiamo se va a trovarlo o no”. Due pesi e due misure.

Le possibilità di ripristinare nutrizioni e cure per R.S. sono ormai ridotte al lumicino. Eppure, i familiari non perdono la speranza. “Non ci siamo arresi e non ci arrenderemo finché sarà vivo – dice la sorella –. Ogni giorno, prego San Giovanni Paolo II che mi dia forza e aiuti tutti noi a risolvere questa situazione affinché mio fratello possa vivere la sua vita fino alla sua fine naturale”.

Nel frattempo, per salvare la vita di R.S. si è mobilitato il presidente della Conferenza Episcopale Polacca, monsignor Stanislaw Gadecki, cui ha fatto eco il suo omologo inglese, il cardinale Vincent Nichols. Da parte sua, il ministro degli esteri polacco sta prendendo tutte le misure possibili per conferire il riconoscimento dello status diplomatico al suo sfortunato connazionale e rimpatriarlo al più presto.

Luca Marcolivio

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