Udienza generale, il Papa: i principali ostacoli alla preghiera e come superarli

Le difficoltà nella preghiera sono “molto comuni” e “vanno identificate e superate”. In che modo? Con la “vigilanza” e con l’“allenamento”.

Il tema è stato trattato da papa Francesco durante l’Udienza generale, tenutasi per il secondo mercoledì di seguito nel Cortile di San Damaso.

Distrarsi non è una colpa ma va evitato

È il Catechismo stesso a offrire dei suggerimenti ai fedeli alle prese con le distrazioni nella preghiera. Per la mente umana non è semplice “soffermarsi a lungo su un solo pensiero”, ha commentato il Santo Padre.

Per non “dare seguito a questa inclinazione scomposta”, vi sono dei rimedi che riguardano anche attività diverse dalla preghiera. “Gli atleti – ha esemplificato il Pontefice – sanno che le gare non si vincono solo con l’allenamento fisico ma anche con la disciplina mentale: soprattutto con la capacità di stare concentrati e di mantenere desta l’attenzione”.

Le distrazioni non sono “colpevoli” ma c’è un modo per evitarle e, sia il Vangelo che il Catechismo (cfr n. 2730) lo indicano nella “vigilanza”. Gesù stesso “richiama i discepoli al dovere di una vita sobria, guidata dal pensiero che prima o poi Lui ritornerà, sebbene nessuno di noi sappia né il giorno, né l’ora.

Proprio per questo “tutti i minuti della nostra vita sono preziosi e non vanno dispersi in distrazioni”, ha ammonito il Papa. La distrazione nella preghiera era definita da Santa Teresa d’Avila, la “pazza di casa: e noi dobbiamo “fermarla e ingabbiarla”.

In un istante che non conosciamo – ha detto Bergoglio – risuonerà la voce del nostro Signore: in quel giorno, beati quei servi che Egli troverà operosi, ancora concentrati su ciò che veramente conta”.

Il demone dell’aridità

Ci sono momenti, afferma il Catechismo, in cui «il cuore è insensibile, senza gusto per i pensieri, i ricordi e i sentimenti anche spirituali. È il momento della fede pura, che rimane con Gesù nell’agonia e nella tomba» (n. 2731).

L’aridità, ha sottolineato Francesco, può dipendere da noi stessi, ma anche da Dio, che permette certe situazioni della vita esteriore o interiore. Come affermano i “maestri spirituali”, l’esperienza della fede può alternarsi in “tempi di consolazione e di desolazione; momenti in cui tutto è facile, mentre altri sono segnati da una grande pesantezza”.

L’accidia è alimentata dalla presunzione

C’è poi l’accidia, che rappresenta una “vera e propria tentazione contro la preghiera e, più in generale, contro la vita cristiana”. Il Catechismo la descrive come «una forma di depressione dovuta al rilassamento dell’ascesi, a un venire meno della vigilanza, alla mancata custodia del cuore» (CCC, 2733).

Si tratta, ha rammentato il Santo Padre, di “uno dei sette “vizi capitali” perché, alimentato dalla presunzione, può condurre alla morte dell’anima”. Allora, per progredire nella vita spirituale è fondamentale non tanto “moltiplicare le estasi” ma cercare di “perseverare nei tempi difficili.

Come ricorda San Francesco, nell’episodio della Perfetta Letizia, “non è nelle fortune infinite piovute dal Cielo che si misura la bravura di un frate, ma nel camminare con costanza, anche quando non si è riconosciuti, anche quando si è maltrattati, anche quando tutto ha perso il gusto degli inizi”.

Tutti i santi sono passati per questa “valle oscura, quindi, ha esortato Bergoglio, “non scandalizziamoci se, leggendo i loro diari, ascoltiamo il resoconto di serate di preghiera svogliata, vissuta senza gusto”.

Come Giobbe

A volte la nostra preghiera “può assomigliare a quella di Giobbe, il quale non accetta che Dio lo tratti ingiustamente, protesta e lo chiama in giudizio”. Anche “protestare” o “arrabbiarsi con Dio”, quindi, è un modo di pregare e ricorda le arrabbiature che ognuno può prendersi col proprio padre terreno, perché gli si vuole bene.

E anche noi, che siamo molto meno santi e pazienti di Giobbe, sappiamo che alla fine, al termine di questo tempo di desolazione, in cui abbiamo elevato al Cielo grida mute e tanti “perché?”, Dio ci risponderà”.

Persino le nostre “espressioni più dure e più amare” saranno accolte da Dio “con l’amore di un padre e da Lui considerate “come un atto di fede, come una preghiera”, ha poi concluso il Papa.

Luca Marcolivio

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