Tre Martiri dei giorni nostri dichiarati Beati. Sangue dei Martiri seme dei Cristiani.

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Questa è la vera chiesa di Cristo, ma nessuno ne parla perchè è più facile gettare veleno che riconoscere le virtù eroiche di questi tre missionari che hanno donato la loro vita ed hanno subito il martirio a causa della loro fede. Avete visto titoli dei giornali? copertine delle prime pagine dei giornali che parlano della beatificazione di questi nostri fratelli in Cristo? No certamente ma se fossero stati accusati di pedofilia o di essere gay allora i giornali sarebbero stati pieni delle loro foto, le varie trasmissioni televisive avrebbero riempito interi pomeriggi con dibattiti e servizi nei loro palinsesti. Ma come dice un famoso detto fa più rumore un’albero che cade che una foresta che cresce.

Sono stati proclamati Beati a Chimbote, in Perù, tre missionari uccisi in odio alla fede dai guerriglieri maoisti di Sendero Luminoso nel 1991. A presiedere il rito, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Il servizio di Sergio Centofanti:
Tre martiri: due padri francescani polacchi, Michele Tomaszek e Zbigniew Strzałkowski, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, poco più che trentenni, e don Alessandro Dordi, bergamasco, 60 anni, sacerdote fidei donum. Missionari nelle Ande peruviane, condividono in tutto la vita dei più poveri senza lasciarsi scoraggiare dalla mancanza di luce elettrica e dalle epidemie di colera. Ma per i “senderisti” la loro presenza e il loro aiuto ai poveri frena la rabbia del popolo e rallenta la rivoluzione.

R. – Durante il periodo del terrore rivoluzionario — dal maggio del 1980 al novembre del 1992 — l’ideologia marxista di Sendero Luminoso causò attentati soprattutto contro la Chiesa e i sacerdoti, incendiando, profanando, distruggendo, calunniando, uccidendo. Per impedire questo assalto diabolico, il coraggioso vescovo di Chimbote, mons. Luis Armando Bambarén, con i sacerdoti, i missionari e i laici della diocesi, iniziarono una intensa campagna di preghiera e di diffusione del messaggio evangelico a favore della pace, della vita, della dignità della persona, della fraternità e del perdono contro ogni forma di odio e di violenza. 27.000 giovani costruirono la Cruz de la Paz, come simbolo di pace e di difesa della vita, a dimostrazione che la religione cristiana non addormenta i popoli, ma ne promuove gli autentici valori umani, creando giustizia e armonia sociale.
D. – Quali furono le circostanze del loro martirio?
R. – Il martirio dei due Francescani avvenne il 9 agosto del 1991. Dopo la Messa, verso le ore 20.00, un gruppo di terroristi armati, col volto coperto, catturarono i due sacerdoti e li misero su una macchina. In quei momenti padre Zbigniew incoraggiò il suo confratello dicendo: «Michał, sii forte, sii coraggioso!». Si misero poi a pregare, meditando la parola del Signore sul seme di grano che se non muore, resta infecondo. Poco dopo furono uccisi con proiettili di grosso calibro, che fracassarono il loro cranio. Senza processo e senza potersi difendere, i due religiosi furono uccisi in odio alla fede come agnelli portati al macello. Alle loro esequie, officiate dal vescovo, il popolo accompagnò le salme con fiori e lacrime, mentre i bambini cantavano piangendo i canti appresi da padre Miguel. Furono raccolte come preziose reliquie le pietre bagnate dal loro sangue.
D. – Cosa ci può dire di don Alessandro Dordi?
R. – Don Alessandro era un sacerdote italiano, membro della Comunità Missionaria del Paradiso. Nel 1980 era giunto a Santa (Perù), città di circa quindicimila abitanti. Dalla parrocchia, di Santa dipendevano anche trenta villaggi. Nella sua attività missionaria era notevole lo sforzo di evangelizzazione e di promozione umana. Aveva particolare cura dei bambini, delle madri abbandonate, degli ammalati e dei contadini poveri. Aveva adottato uno stile di vita modesta, condividendo tutto con i bisognosi. Suo il profetico progetto del «Centro de promoción de la mujer trabajadora y de su hijo en edad prescolar», con corsi di formazione professionale riconosciuti dal governo. Si prodigò anche a favore dei bambini disabili. Il 25 settembre del 1990 fu coinvolto insieme a mons. Bambarén, vescovo di Chimbote, in un attentato da cui uscirono entrambi incolumi. Alla fine di agosto si reco nella località di Vinzos dove celebrò la Santa Messa e battezzò un bambino. Sempre in macchina si stava poi recando al villaggio di Rinconada. Sulla strada fu intercettato da due giovani guerriglieri, che lo insultarono pesantemente e lo uccisero con tre colpi di pistola al volto. Erano le cinque del pomeriggio di domenica 25 agosto 1991. I funerali si svolsero a Lima e la salma fu trasportata in Italia.
D. – Cosa ci dicono i Martiri?
R. – Ci lasciano tre messaggi. Il primo è un messaggio di fede. I Martiri superarono le numerose difficoltà della loro missione in terra peruviana grazie a una straordinaria fiducia nella Divina Provvidenza. Un secondo messaggio è quello della carità. Per amore erano partiti missionari, spinti dall’urgenza di annunciare Cristo e di portare ai popoli la buona novella del Vangelo. Educavano i bambini e i giovani all’amore di Gesù, aiutavano i bisognosi, assistevano gli ammalati. Erano amabili, accoglienti, laboriosi. Il terzo messaggio è quello della fedeltà alla vocazione cristiana e missionaria. I tre Martiri erano assidui alla preghiera, conducendo con gioia una vita povera e semplice, staccati dai beni terreni. Erano venuti in Perù per servire il popolo di Dio con tutte le loro forze. E con tale disposizione d’animo affrontarono la morte per il Signore.
D. – Come finì poi Sendero Luminoso?
R. – I guerriglieri furono poi catturati nel 1992 e rinchiusi in carcere. Dieci anni dopo, nel 2002, in un drammatico colloquio, il capo Abimael Guzmán rivelò al vescovo di Chimbote che l’esecuzione dei sacerdoti proveniva dalla convinzione che la religione fosse l’oppio del popolo e che la Bibbia, i sacramenti, il catechismo, la predicazione addormentassero le coscienze dei contadini. Inoltre, anche l’azione caritativa e di giustizia sociale della diocesi, costituiva un muro che impediva l’avanzata della rivoluzione. In conclusione, egli riconobbe che il motivo dell’uccisione fu sostanzialmente religioso e non politico o sociale. Dopo dieci anni di prigionia e di riflessione, Abimael Guzmán pentito, chiese e ottenne il perdono dal vescovo, dando l’ordine ai guerriglieri rimasti di deporre le armi.

Fonte: it.radiovaticana.