Tommaso un incredulo o un cercatore della fede.

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Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. (Gv 20,26-31)

 

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, (che significa gemello non a caso) non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».” Tommaso si sente escluso, dimenticato, rifiutato, perché Gesù viene proprio quando lui non c’era. Già ha sofferto molto per la morte di Gesù; ha perso la fede e la speranza in un futuro migliore. Ci rimane male e si arrabbia.

Siamo riuniti nel nome di Gesù, come i discepoli allora, e anche se la nostra comunità non è perfetta, come non era perfetta neanche la prima comunità dei discepoli che aveva già sulle spalle un traditore e un abbandono generale di Gesù, anche oggi Gesù è presente e sta in mezzo a noi. Qualcuno riesce a vederlo e riceve pace e gioia da questa presenza. Qualcuno lo vede con lo sguardo della fede, qualcun altro c’è ma non lo vede, perché non è con noi, perché la sua testa e il suo cuore sono da un’altra parte, forse alla ricerca di un sogno o di una comunità ideale che non esiste.
Tommaso è gemello di tutti quelli che non ci sono. Non ci sono per mille motivi. Hanno altre cose da fare, non si sentono degni, si sono allontanati scandalizzati da qualche nostro comportamento, si vergognano o semplicemente pensano di non averne bisogno della comunità cristiana.
Ma Tommaso ha anche un pregio: malgrado tutte le sue sofferenze e difficoltà a stare con questi fratelli, otto giorni dopo è ancora lì. Ed è grazie a questo che Gesù, ad un certo punto, riesce a fare breccia nel suo cuore e a farsi vedere da lui, in mezzo alla fraternità. Forse anche perché in quegli otto giorni i fratelli l’avranno accolto, ascoltato, sopportato e perdonato. Ma attenzione: Gesù non gli appare nei campi o in privato, ma in mezzo a noi, anche se indegni. Gesù dice:”Dove due o più sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro.” Questo è vero anche oggi, adesso: Gesù sta in mezzo a noi.

Ancora una volta, come sempre negli episodi di apparizione, è solo ed esclusivamente l’iniziativa di Gesù che rende possibile, al di là di tutti i nostri calcoli e tentativi, l’incontro con Lui; non solo per i suoi contemporanei, ma in ogni tempo, come ci assicura Egli stesso: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!” (v.29)

Ma allora Tommaso non può più essere considerato l’emblema dell’incredulità; semmai è il rappresentante di tutti coloro che, mossi da ostinata ricerca della Verità, pur conoscendo le inquietudini dell’esitazione e del dubbio, giungono a quella straordinaria esperienza che è l’incontro con il Vivente.

Per questo il quarto evangelista ha strettamente collegato l’episodio delle due apparizioni ai discepoli con la considerazione dei vv.30-31, che si riferisce a tutti quei “segni” compiuti da Gesù utili a credere che Egli è il Cristo.

La storia di Tommaso ci aiuta ad entrare nel dono e nel mistero della fede. Tommaso non c’era, non era con gli altri, non sappiamo perché forse qualche impegno, o un rinchiudersi interiormente che lo aveva separato dagli altri. Sono gli altri discepoli che lo riportano nel mezzo dell’avvenimento, ma la loro parola non basta. La fede non si comunica per mezzo di parole, c’è bisogno di una comunità il cui in Signore sia nel mezzo, con la sua pace.. Questo fanno i discepoli: danno voce alla fede, raccontano la loro esperienza, accompagnano Tommaso.
Tutto questo “servizio pastorale” è necessario ma non è sufficiente perché la fede sbocci in Tommaso; è necessaria la presenza del Signore, che mostri le sue piaghe, che doni la sua pace. Questa è la missione della Chiesa. Allora in Tommaso prorompe una espressione di fede che non ha uguali in tutto il vangelo «Mio Signore e mio Dio!»

«beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
Eppure, fin dall’inizio del ministero di Gesù i segni visibili, i miracoli, non generano automaticamente la fede… gli scribi e i farisei rimangono nelle loro opinioni. Anche dopo la resurrezione la Maddalena che pur vede il Signore lo scambia per il giardiniere. La Fede rimane un dono, un passaggio continuo dalla frontiera del dubbio. Gesù proclama la “beatitudine” della fede. Sono beati tutti coloro che, nel dono della fede, vedono quello che con la ragione non è possibile vedere e che la natura umana non può toccare. La fede non crede alla cieca, ma si fida di Dio e della sua Parola che consente di vedere quello che altrimenti non è visibile.