Sposarmi, fare figli mai. Ma con Dio mai dire mai

Quella che vi proponiamo e una storia unica che non potrà non toccarvi. Una storia dove si potrà comprendere come opera Dio quando ci si abbandona completamente alla Sua provvidenza. Quotidianamente riceviamo dei doni, delle grazie, dei miracoli senza rendercene conto. Quotidianamente siamo chiamati ad affrontare delle prove che ci fanno vacillare, cadere, fuggire. Ma tutto fa parte di un disegno unico, quello che Dio ha creato per noi e solo con un abbandono totale possiamo accettare ciò che la nostra mente umana respinge, solo con un totale abbandono possiamo essere ciò che Dio ha disegnato. Protagonista una coppia due caratteri opposti  lui, Andrea, un geometra, orafo e scrittore, ateo ed anticlericale, ragioniere di nome e di fatto un comodone. Lei, Emanuela, musicista estroversa quasi caotica, desiderosa di essere mamma fin da piccola cresciuta in oratorio, incompatibili ma inseparabili come due magneti di polarità opposta.

Schermata 2016-04-07 alle 22.00.32Il racconto è la loro storia narrata da Andrea  42 anni di Milano che dice: «Volevo descrivere il modo misterioso con cui Dio ha sigillato l’amore fra me e mia moglie; la croce della diversità ed il sacrificio dell’essere padre e madre che ti portano alla pienezza». Andrea era convinto che l’esistenza fosse «un inganno senza senso» tanto che da giovane voleva farsi sterilizzare. «Quando incontrai la mia futura moglie Emanuela – ricorda lui stesso – dopo qualche mese mi decisi a lasciarla per la troppa diversità. Ma andai nel panico perché senza di lei non riuscivo più a vivere. Capii allora che dovevo provare a conoscere il suo Dio». La scoperta fu sconvolgente Gesù non era come lui lo immaginava “… sopportavo la vita come una trappola». Ma dopo questa scoperta Andrea dal carattere o tutto o niente  decise per il tutto e gli si dedicò completamente «che non significa non fare errori. Infatti, quando sposai Emanuela era già incinta di Matteo». I due erano felici e per la gravidanza ma, purtroppo poco dopo la nascita fecero una scoperta sconvolgente: il loro Matteo aveva una malattia genetica rarissima, praticamente sconosciuta: «Non provai ribellione contro Dio: – dice Andrea – ci aveva comunque donato un figlio che amavamo così com’era». La cosa che più infastidiva la coppia erano tutte le persone che avevano intorno che li spingevano a cambiare continuamente specialista. «La sera di Natale mi rifiutai di portarlo in pronto soccorso per l’ennesima volta. Purtroppo la mattina seguente Matteo, a 16 mesi di vita, morì». Lo scoramento fu grande ed  un senso di sconforto e di ribellione lo assalì: «Non mi arrabbiai con Dio, ma mi chiusi, e il mio matrimonio rischiò di naufragare. Piano piano, rifiutando la vita, lasciai crescere fra noi una distanza che si allargò fino a farsi voragine, non ci sopportavamo più».  Due vite ormai separate ed Andrea si trova ancora ad un bivio: «O Dio o il divorzio». Ma lui non può stare senza Emanuela: «Cominciai a pregare Dio di incidere il mio cuore diventato pietra». Fu così che, quasi per caso, i due si ritrovarono al santuario di Czestochowa. Andrea era distratto ma qualcosa lo scosse: «la Madonna intervenne. Mi fece capire che dovevo rompere le catene che mi impedivano di rispondere alla mia vocazione di felicità. Ma per farlo dovevo morire a me stesso. Mi donai senza misure – spiega – scegliendo di obbedire a qualsiasi richiesta di mia Emanuela. Inclusa la possibilità di concepire un altro figlio». Ecco così che dopo poco concepiscono Tobia. Ma anche stavolta, qualcosa non va. Al terzo mese gravidanza la donna rischia di abortire. «Pregammo moltissimo, pregarono i nostri amici. E il piccolo si salvò», ma non era finita verso il sesto mese, ci furono ancora complicazioni. Tobia nasce prematuro e viene subito intubato. Le probabilità di sopravvivenza sono molto basse. «Pregavamo giorno e notte. E ci riempì una gratitudine immensa per quel bambino, il dono con cui Dio aveva sigillato di nuovo l’amore fra me e mia moglie». Tobia ce la fa. Passano pochi mesi ed Emanuela rimane incinta per la terza volta. Ma Tobia manifesta gli stessi sintomi del male di Matteo «fu la prova che eravamo portatori sani di una malattia genetica sconosciuta. Che strana forma di predilezione: noi, così diversi, voluti insieme fin dall’inizio, scelti per un compito». Andrea capisce che lui ha una missione: «sono chiamato ad accogliere il Suo disegno». Ma ovviamente il parere dei medici è diverso e propongono ad Emanuela di abortire. Andrea non ne vuol sapere ma viene allontanato. Lei è ammutolita lui, atterrito da quel silenzio, si rifugia nella cappella dell’ospedale e prega. Torna da Emanuela e gli dice: «Se abortisci digiuno per tutta la vita», ma Emanuela lo rassicura quell’idea malsana di interrompere la sua gravidanza non l’aveva minimamente sfiorata. «Da quel momento – racconta Andrea – cominciai ad accostarmi all’eucarestia quotidiana con una partecipazione di cui ho nostalgia. Mio figlio stava male e per me era come stare di fronte alla sofferenza di Cristo». Quel piccolo ai suoi occhi «stava contribuendo a salvare il mondo». Tobia non ce la fece e morì ad un anno e quattro mesi un anno e quattro  «al suo funerale piangevano tutti mentre io ero contento. La gente stava fraintendendo: mio figlio era nato al cielo, e io avevo potuto adempiere ancora una volta alla mia missione di padre, quella di aiutare un figlio ad andare in paradiso». Passano tre mesi più tardi, nello stesso giorno dell’anno in cui era nato Tobia, ad Emanuela si rompono le acque: «Scoprimmo allora che soffriva di un problema di ritenzione cervicale». Nuovo incubo: nascita prematura e possibile calvario anche per il terzo-genito, i due sono in preda allo sconforto ma non demordono e supplicano Dio di concedere a loro la forza per «accogliere un’altra prova». Un intervento di cerchiaggio dell’utero, fa si che il piccolo nasca al settimo mese. Per Emanuela ed Andrea è «il primo assaggio della resurrezione». Finalmente  i due coniugi possono veder crescere normalmente un figlio. «Ogni passo, ogni oggetto stretto fra le mani da Jonathan, ogni movimento, per noi era come assistere a un miracolo». Emanuela resta incinta per la quarta volta. E puntualmente, al terzo mese arriva il problema. La donna viene ricoverata per effettuare il cerchiaggio, «ma dopo l’intervento ci dissero che nostro figlio era morto». Un colpo duro, il più duro per Andrea, perché questo, Mattia «è il figlio che mi manca di più. Mi manca non averlo visto né abbracciato». Emanuela e Andrea non hanno voluto sapere ne indagare se sia morto prima o a causa di quell’intervento «la vita e la salute non sono diritti ma doni di Dio». Con questa consapevolezza  i due coniugi decidono di concepire un quinto figlio. Quinta gravidanza  “solito” cerchiaggio. Emanuela viene allettata. «Eravamo comunque gioiosi», dice Andrea. Anche Jonathan manifesta i segni della malattia. A quattro anni inizia a perdere l’uso delle gambe. La situazione precipita in meno di un anno e papà Andrea teme il peggio. Jonathan entra ed esce dagli ospedali, è sempre più debilitato. I due rifiutano l’ennesimo ricovero nonostante le pressioni dei medici «tanti amici e parenti non capivano». A questo punto arriva il miracolo. I due si fanno forza, vanno a Medjugorje ed a Lourdes. «Io chiedevo la grazia della letizia, mia moglie il miracolo della guarigione», ricorda Andrea. «La Madonna ci ascoltò entrambi». Andrea finalmente trova pace. Un giorno, una dottoressa propone per Jonathan una terapia sperimentale. «Mio figlio ha recuperato benissimo: oggi ha 8 anni e cammina». Intanto è nato Cristian, il quinto «ha quasi 5 anni e cresce sano». In questi anni tanti tra amici e conoscenti hanno abbandonato Andrea ed Emanuela. C’è chi li riteneva puro egoismo accogliere i figli “così come sono” ma loro sono «certi che questo è il disegno di Dio: se non voleva i figli che abbiamo cercato e accolto, non ce li avrebbe donati». A questo punto una domanda sorge spontanea: perché mettere al mondo figli che potrebbero essere malati? «Innanzitutto perché potrebbero non esserlo», risponde Andrea. «E poi perché tutti presto o tardi dobbiamo morire, ma la vita resta un dono, breve o lunga che sia».  Andrea è cambiato completamente. Prima di sposare Emanuela la sua posizione era diametralmente opposto, ma ora «so che il mio compito è guidare i mie figli al Paradiso» questa la sua ferma posizione. Arriva così  la sesta gravidanza. La situazione di Emanuela, dopo il cerchiaggio, si è aggrava per un calcolo renale: i medici decidono di farla partorire prima del termine. Andrea temendo che la piccola Nadia potesse soffrirne,  non è d’accordo ma Emanuela lo convince «forse il Signore ci chiedeva ubbidienza tramite i medici. Mi sono arreso». Al momento del parto, scoprono che facendo diversamente Nadia avrebbe rischiato grosso per un nodo al cordone ombelicale. «Dio è grande», commenta Andrea. «Ha pazienza con me, mi insegue anche quando Lo rifiuto e si immiserisce, passando attraverso mia moglie per ammansire la mia testardaggine. Emanuela è la carne scelta dal Signore per plasmarmi: la diversità di mia moglie rispetto a me è uno scandalo, ma se la accolgo divento migliore. Da freddo che ero, sono diventato accogliente; da rigido, più docile. Lei, attraverso il sacramento è per me la nuova incarnazione di Dio, che non posso conoscere e servire altrimenti». Per Andrea questa è l’essenza della vita, la verità sul matrimonio ed è la stessa per tutti: «Il cristianesimo mi ha convinto perché corrisponde alla mia natura di uomo. Dio ha risposto alla mia domanda di senso dicendomi chi sono, e quello che Cristo mostra, insegna e vive è comprensibile a ogni essere umano. È un’evidenza, tutti siamo fatti per generare la vita e completarci attraverso la diversità in una relazione».

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