Si può ancora vivere nella “Lieta speranza”? Solo con Dio nel cuore

La vita terrena è un esperimento arduo in cui ogni soggetto deve prima imparare a conoscersi e poi imparare a conoscere il mondo che lo circonda. Questa conoscenza dell’altro può essere definita come uno scontro con la società che porta a galla pregi e difetti di ognuno di noi e in alcuni casi a cocenti delusioni. Spesso infatti si sogna di divenire un leader, un artista o uno sportivo, i sogni, parte integrante della prima fase della vita, sono però ingannevoli e non tengono conto delle reali capacità che il soggetto possiede.

L’impatto con il crudele mondo sociale illumina i nostri limiti e ci obbliga ad affrontarli razionalmente per poter superare la delusione e andare avanti a cercare il nostro posto nel quotidiano. L’infrangersi di un sogno non è solo un passaggio dall’età infantile a quella adulta, ma è anche e sopratutto un processo traumatico a cui, per natura, dobbiamo dare una spiegazione.

In ogni epoca il soggetto che si trova nella difficile condizione di dover accettare l’impossibilità di dar seguito ad una propria aspirazione cade in un baratro di incertezza e fragilità dal quale è difficile uscire. Nel mondo odierno, poi, in cui tutto gira attorno, non alla tua essenza, ma a ciò che sei in grado di fare, in cui sin da bambino vengono testate le tue capacità per indirizzarti ad un ruolo prefissato nel mondo che sia utile al funzionamento della società, questo processo diviene ancora più brutale e difficile da accettare.

Trovandoci in questo contesto “Meccanizzato”, viene spontaneo chiedersi se è possibile vivere ancora “Lieti nella speranza” come suggeriva San Paolo. La vita ai giorni nostri è castrante e asfissiante, scandita dalla necessità di ottenere un risultato. Non di rado, quindi, sorge il dubbio che la speranza di cui parlava l’apostolo sia vana, ancora più frequentemente vien da chiedersi: Devo affrontare tutta questa sofferenza per raggiungere finalmente la felicità? Questa felicità esiste realmente o è solo una chimera che mi permette di accettare un’esistenza imperfetta a cui nessuno, se non con la fede in Dio, è riuscito a dare un significato?

La risposta a questi dubbi risiede nell’ultima domanda ed è la stessa a cui si affidava San Paolo: la fede. Lo scorso febbraio il prelato dell’Opus Dei ha dato la risposta più sensata a questo quesito scrivendo: “Fa, o Signore, che grazie alla fede nel tuo Amore viviamo ogni giorno con un amore sempre nuovo, in una gioiosa speranza”. Lo stesso Papa Francesco durante le sue catechesi sulla speranza ha sollecitato i fedeli a non abbandonarsi al dubbio, ma piuttosto all’amore solido di Dio nei nostri confronti: “La speranza cristiana è solida, ecco perché non delude […]. Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere. Il suo fondamento, cioè il fondamento della speranza cristiana, è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi. E’ facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma […] ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero”.

I dubbioso ed il sofferente potrebbero chiedersi allora com’è possibile avere una certezza così granitica dell’amore di Dio, la risposta a questo interrogativo la troviamo ancora una volta nelle parole di San Paolo quando dice: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Insomma basta permettere a Cristo di entrare nel profondo del vostro cuore, solo in questo modo si può accettare la sofferenza, l’incertezza e l’ingiustizia di un mondo che sembra distante anni luce da quello che Dio ci prospetta nell’aldilà.