Sentenza dà il via libera a un pericoloso farmaco | Quali i rischi nascosti?

Le parole contradditorie della sentenza si dimenticano di fare luce sulla mancata consapevolezza di quanti si recano in una farmacia per acquistare quella che viene descritta come una semplice pillola, un “farmaco da banco” dietro cui si cela il male più grande. 

La rabbia delle associazioni che hanno presentato ricorso e il rischio di incamminarsi verso una strada buia e senza vie d’uscita.

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Quando nel 2020 Aifa aveva reso possibile acquistare in farmacia la pillola EllaOne senza ricetta medica, anche per le minorenni, è scoppiata una forte protesta. Numerose associazioni hanno fin da subito contestato questa scelta, in contraddizione con la legge 194 e senza elementi scientifici validi a supporto che potessero fare chiarezza sugli effetti abortivi del medicinale e da altri effetti collaterali, come danni al fegato e gravidanze extrauterine.

Il ricorso delle associazioni e la sentenza

Così è partito il ricorso da parte del Centro Studi Rosario Livatino, della Comunità Papa Giovanni Xxiii, dell’Associazione Medici Cattolici Italiani, dell’Osservatorio Parlamentare Vera Lex, dell’Associazione Family Day-Difendiamo i Nostri Figli Aps, dell’Associazione Pro Vita e Famiglia Onlus, dell’Osservatorio Bioetico Siena e dell’Associazione Giuristi per la Vita.

Ricorso che era stato respinto dal Tar del Lazio il 4 giugno scorso. Ora il Consiglio di Stato ha rigettato nuovamente la contestazione delle varie associazioni, sostenendo che la decisione di Aifa sarebbe stata presa sulla base di solidi studi scientifici, e che la pillola EllaOne avrebbe un meccanismo di tipo anti-ovulatorio, che agisce prima dell’impianto dell’embrione.

Per cui la sentenza è stata che non ci sarebbero violazioni della normativa sull’interruzione volontaria di gravidanza. Tuttavia la motivazione non convince per nulla le associazioni che hanno avviato la protesta, che al contrario hanno ricordato come le adolescenti utilizzano la pillola EllaOne, prodotta dall’Azienda HRA Pharma, come una forma di contraccezione di emergenza. Per questo il punto più delicato è quello del consenso informato, che per il Consiglio di Stato sembra non essere necessario.

La realtà delle donne e delle minorenni talvolta non informate

Purtroppo però la realtà è che gran parte delle donne, spesso minorenni, che si recano in farmacia per acquistare questo farmaco non sono affatto a conoscenza dei rischi che corrono per la propria salute, ma nemmeno dei possibili effetti abortivi della pillola. Nel momento in cui si parla della pillola dei “cinque giorni dopo” come di un farmaco da banco l’associazione immediata è che sia sostanzialmente un farmaco privo di rischi.

Se a venire meno è anche la relazione con il medico, ecco che ogni tipo di informazione viene oscurata, e la minorenne può recarsi in farmacia anche solo per paura di una gravidanza ma senza avere affrontato il problema con il supporto di un adulto. Non bastasse, i giudici si sono spinti a mettere in atto una sorta di collegamento tra il consenso informato e l’autodeterminazione della persona, come se essere informati presupponesse una mancata libertà.

Siamo cioè alle teorie orwelliane, visto che da sempre in realtà si spiega che è la conoscenza a rendere liberi, e non l’ignoranza. Mentre proprio nel romanzo 1984 uno degli slogan del Grande Fratello era che “ignoranza è forza”. Le associazioni che hanno avviato il procedimento contro la sentenza sostengono invece a gran voce che il rischio dietro l’angolo è quello di una banalizzazione del consumo, che supera anche la presenza dei familiari della giovane, oltre che dei medici.

La banalizzazione di effetti molto gravi e la privatizzazione dell’aborto

Parliamo di una pillola che ha delle possibili, gravi, controindicazioni, sul bugiardino c’è scritto anche che non va assunta più volte perché si rischiano gravi problemi al fegato. Come si possa pensare che questo non sia un trattamento sanitario, riesce francamente difficile”, ha commentato con Il Timone l’avvocato che ha presentato ricorso per il Centro Studi Livatino, Domenico Menorello.

L’aspetto più grave, qui è non solo la privatizzazione dell’aborto, ma che addirittura, questo riguardi minorenni”, spiega l’avvocato, paventando il rischio che “si perderà inoltre, in maniera sempre più ampia, la consapevolezza di aver abortito. Non si sa, infatti, nell’uso di queste pillole, se c’è stato effettivamente un ovulo fecondato, se è stato espulso, se è stato fatto morire, nell’endometrio oppure no, oppure se, al contrario, non c’è stata alcuna fecondazione”.

In sostanza, si procede ogni giorno sempre più una forma di privatizzazione dell’aborto. “Il fatto abortivo è sottratto ad ogni forma di consapevolezza, c’è una banalizzazione della vita e del sesso, perché anche l’atto sessuale è derubricato a gesti le cui conseguenze vengono eliminate a prescindere, senza alcuna consapevolezza”, conclude l’avvocato. “La 194 perlomeno, prevedendo il ricovero ospedaliero, per quanto riguarda l’aborto, manteneva una consapevolezza circa l’importanza di questo gesto pur nella sua drammaticità. Quindi, ultimamente, si sta agendo nel tentativo di sottrarre la consapevolezza e la libertà della scelta: sono scelte compiute senza guardarle in faccia”.

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