E se si dovesse scegliere tra la vita di una madre e quella del proprio bambino?
In questo periodo, in cui si parla tantissimo delle iniziative pro vita, come se fossero un attentato alla libertà dell’essere umano e della donna in particolare, sorgono molti interrogativi, atti, più che altro, a spostare il focus attenzionale dal fulcro centrale del problema: la sopravvivenza del feto, che nemmeno dovrebbe essere messa in discussione, se si volesse rispettare la vita che nasce.
Sembra strano a dirsi, ma una delle accuse che gli abortisti muovono, nei confronti degli anti abortisti, è che quest’ultimi diano più importanza alla vita del bambino che a quella della madre.
A parte il fatto che ogni madre, degna di questo nome, è pronta a sacrificarsi, sempre, per il proprio bambino, leggiamo, in merito, la risposta di un docente di teologia morale, padre Maurizio Faggioni: “Esistono situazioni gravi che, ancor oggi, danno problemi assistenziali come, per esempio, la gravidanza extrauterina, la preeclampsia gravidica e la corioamnionite. In questi casi, il medico deve svolgere la sua missione di prendersi cura di ogni vita, di quella della madre e di quella del figlio, senza discriminazioni di valore: non si può sopprimere direttamente una vita innocente per salvarne un’altra”.
Anche il Comunicato dei Vescovi d’Irlanda ricordava che la Chiesa “non ha mai insegnato che la vita di un bambino nel grembo materno debba essere preferita a quella della madre. In virtù della comune umanità, una madre e il suo bambino non ancora nato sono entrambi sacri e con eguale diritto a vivere”, “quando una donna, in stato di gravidanza, gravemente malata ha bisogno di cure mediche, che possano mettere a rischio la vita del proprio bambino”, i trattamenti “sono eticamente ammissibili, se ogni tentativo è stato fatto per salvare la vita di entrambi”, anche se moltissime madri, a quel punto scelgono di rischiare la propria vita, pur di portare avanti la gravidanza.
Il nocciolo della questione non è, dunque, capire se sia più importante la vita della madre o del bambino, ma se una donna incinta riesca o meno a far appello al proprio innato istinto materno, che, per forza di cose, tenderebbe a protegge il proprio cucciolo ad ogni costo, sempre, e mai le suggerirebbe di abortire per “essere libera” di vivere la propria vita, senza la responsabilità che crescere un figlio comporta.
Antonella Sanicanti
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