Santo Padre: si aiuti il Sud Sudan, devastato da guerra e fame

Forte appello di Francesco, all’udienza generale, per il Sud Sudan, Paese devastato da un conflitto che sta mettendo in ginocchio la popolazione già stremata da una carestia. Oltre 100mila le persone che soffrono la fame, un milione quelle a rischio di penuria di cibo, come denunciato dalle Nazioni Unite, un milione e mezzo i rifugiati. Servizio di Francesca Sabatinelli:

Aiutiamo il Sud Sudan e non soltanto con le parole. E’ forte l’appello del Papa per un Paese radicato nel suo cuore, per il quale da tempo mostra preoccupazione e sofferenza. Una terra devastata da guerra, violenza e carestia:

“Destano particolare apprensione le dolorose notizie che giungono dal martoriato Sud Sudan, dove ad un conflitto fratricida si unisce una grave crisi alimentare che condanna alla morte per fame milioni di persone, tra cui molti bambini. In questo momento è più che mai necessario l’impegno di tutti a non fermarsi solo a dichiarazioni, ma a rendere concreti gli aiuti alimentari e a permettere che possano giungere alle popolazioni sofferenti. Il Signore sostenga questi nostri fratelli e quanti operano per aiutarli”.

Indipendente dal 2011, il Sud Sudan nel 2013 è risprofondato in una guerra civile che, nonostante gli accordi di pace, si è riaccesa nel luglio scorso tra i gruppi che sostengono il presidente Salva Kiir e quelli legati all’ex suo vice, Riek Machar, il primo di etnia Dinka il secondo di quella Nuer. E il Paese è entrato di nuovo in una spirale di “deliberate uccisioni di civili, stupri e saccheggi” come denunciato da organizzazioni quali Amnesty International, ma anche da chi, come padre Daniele Moschetti, il Sud Sudan lo conosce molto bene. Il missionario comboniano ci ha vissuto sette anni, sei dei quali come provinciale, da gennaio è rientrato in Italia:

R. – E’ da tanto, da tanto che Francesco ha a cuore il Sud Sudan, vuole venire in Sud Sudan, l’ha detto a me personalmente e l’ha detto a tanti altri di noi che lavorano nel Paese. E a questo noi crediamo profondamente, perché prega moltissimo per il Sud Sudan in tantissimi momenti, non ultimo questo. Certo, vorrebbe vedere che i leader del Paese, soprattutto quelli militari e politici, mettessero da parte le differenze etniche che davvero imperversano e distruggono il Paese intero. Non è più soltanto una guerra tra Dinka e Nuer, le due maggiori etnie, ma lo è anche con le altre etnie perché ormai anche tutte le altre etnie sono stanche di questo potere Dinka che continua a imperversare perché ha un potere militare, politico, economico e comunque risorse.

D. – Quando dice: “E’ più che mai necessario l’impegno di tutti” e, soprattutto, di “non fermarsi solo alle dichiarazioni”, a chi si rivolge Francesco?

R. – Certamente ai popoli, o almeno agli Stati, che hanno grandi interessi in Sud Sudan, quindi la Cina, l’India, molti Paesi asiatici ma, soprattutto, europei e americani, coloro che comunque sono anche dietro a questi conflitti per via dei grandi interessi energetici, di minerali, di petrolio e tanto altro, perché non stanno dando sostegno a questa emergenza-fame che davvero stiamo vivendo da diverso tempo, dai tre anni e mezzo che dura questa guerra. Quest’ultimo appello è condiviso anche dal governo del Sud Sudan e questo è molto importante, perché finora il governo ha sempre detto che non era vero, metteva in discussione molte cifre fornite dalle Nazioni Unite quindi, questo aspetto, fa capire ancora di più quanto sia grave la situazione. Specialmente nello Stato dell’Unità, quello più colpito dalla guerra, dal dicembre del 2013. Quindi, se si dice questo e anche il governo lo dice, vuol dire che questa gente sta già morendo di fame e quindi è proprio per questo che Papa Francesco ci chiede di essere molto più solleciti, perché c’è una grande urgenza, una fortissima urgenza, serve una grande solidarietà che per il momento non è ancora mostrata dai Paesi.

D. – La Chiesa cattolica, in tutto questo dramma, in questa tragedia, in questa violenza, come riesce a muoversi?

R. – Non è facile, perché il governo e anche i ribelli in questo momento non è che diano molto ascolto alla Chiesa cattolica o alle Chiese e questa è una delle maggiori difficoltà. Le Chiese in generale, nella guerra contro il Sudan, sono state fondamentali per arrivare, dopo 40 anni di guerra, a un’indipendenza e al riconoscimento come Stato. Però, in questa fase nuova, della nuova guerra – dal 2013 – hanno sicuramente cercato di allontanare le Chiese, la Chiesa, i leader religiosi perché, logicamente, richiamano i valori fondamentali della vita, del rispetto della dignità dell’uomo e della vita stessa, perché qui si parla di atrocità pazzesche, con stupri a migliaia di donne, di bambini castrati, bruciati vivi, si parla di cose veramente orrende, crimini di guerra che sono assurdi. La comunità internazionale sta comprendendo che è fondamentale dialogare con le Chiese per poter riportare un certo tipo di ordine, e anche di pace, di riconciliazione anche se comunque deve passare attraverso i leader politici e militari. C’è un lungo, lungo camino. Questa guerra ci ha riportato indietro di decenni di lavoro, sia per le Chiese, sia per la società civile …

D. – Ci stava parlando di crimini di guerra orrendi: tutto questo, in un clima di totale impunità e, soprattutto, crimini commessi da tutte le parti in conflitto …

R. – Certamente. Sia da una parte sia dall’altra, nessuno può tirarsi fuori da queste efferatezze, da queste violenze pazzesche, atroci.  E proprio per questo motivo bisogna ridare giustizia, dire la verità, perché se non si arriva a rivedere queste situazioni che ci sono state in passato e continuano anche oggi, è difficile, poi, ricominciare un cammino comune, come etnie, insieme. Sono 64 etnie, non sono poche …

fonte: radiovaticana