Dagli orrori della vita in schiavitù alla fede nel Signore: la storia di santa Giuseppina Bakhita è costellata da tanto dolore e da una profonda umiltà.

L’8 febbraio è la memoria liturgica di santa Giuseppina Bakhita, che dopo un’infanzia e un’adolescenza vissute in schiavitù trova la libertà e la fede. È un esempio di umiltà e di una spiritualità semplice e profondissima, nel suo rapporto vivo e intimo con il Signore.
Bakhita non è il nome che ebbe alla nascita. Non si sa effettivamente come si chiamasse, né quando nacque, molto probabilmenrte nel 1868 ad Oglassa, in Darfur, nel Sudan. Questo nome, che significa “fortunata” le fu dato dai suoi rapitori. A circa 7 anni, infatti, fu rapita dal suo villaggio e venduta più volte come schiava.
Santo di oggi 8 febbraio: Santa Giuseppina Bakhita, schiava che trova la libertà e la fede in Dio
Conobbe, perciò, le umiliazioni e le sofferenze fisiche e morali della condizione di schiavitù. Per un trauma a 8 anni non ricordava più neanche il suo nome. La svolta nella sua vita avvenne quando nel 1882, a circa 14 anni, viene comprata a Kartum dal console Italiano Calisto Legnani.
Nel 1885 il console fa ritorno in Italia dove, a Genova, e lei viene affidata alla famiglia di Augusto Michieli a Zianigo, una frazione di Mirano Veneto in provincia di Venezia, un ricco imprenditore, e diventa la bambinaia della figlia Mimmina. Dopo un primo periodo, dal momento che i coniugi Michieli si dovevano trasferire per lavoro, la piccola Mimmina insieme a Bakhita vennero affidate alle Suore Canossiane dell’Istituto dei Catecumeni di Venezia.
Sarà qui che Bakhita inizia a conoscere Dio, di cui non aveva mai sentito parlare. Ha circa 20 anni quando diventa cattolica. In seguito ad una controversia con i padroni che non vogliono ldarle la libertà, grazie all’intervento del patriarca di Venezia che si appella al procuratore del re, nel 1889 Bakhita viene dichiarata libera cittadina italiana.
Così sceglie di diventare suora presso il Convento delle Canossiane a Schio in provincia di Vicenza e prende il nome di Giuseppina. Lì si occupa di fare lavori semplici ed umili, cuciniera, guardarobiera, portinaia, ricamatrice.
L’incontro con il Crocefisso
La prima volta che Bakhita vede un crocefisso in chiesa, rimane molto colpita da quell’immagine. Mediante crocifissione morivano gli schiavi del suo villaggio quando avevano commesso qualcosa di male. In quello che i cristiani riconoscono come Dio lei ci vede uno schiavo.
Non un Dio lontano e distante, ma che si è abbassato tanto all’uomo al punto da morire in un modo così infamante. Questo la stravolge: è un incontro con l’Amore, che le cambia la vita. Fin da bambina afferma di aver avuto la consapevolezza che ci fosse un Dio “che sentiva nel cuore senza sapere chi fosse“.
Osservando il mondo raccontava che “vedendo il sole, la luna, le stelle, dicevo tra me: chi è mai il padrone di queste belle cose? E provavo una grande voglia di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio“.
Nel 1890 riceve il Battesimo e gli altri sacramenti. Spesso in seguito baciava il fonte battesimale dicendo “qui sono diventata figlia di Dio!“. in dialetto veneto chiamava il Signore “el mi Paron“, cioè ” il mio padrone“. Visse da suora per oltre 50 anni in semplicità ed umiltà.
Esortava gli altri dicendo: “Siate buoni, amate il Signore, oregate per quelli che non lo conoscono. Che grande grazia è conoscere Dio!“. Affidava tutto, anche le sofferenze della vecchiaia, al volere di Dio in modo fiducioso e con pieno abbandono. Ha sempre perdonato coloro che nella sua infanzia le avevano fatto del male.
Prima di morire vide la Madonna e poi lasciò questa vita l’8 febbraio 1947 in fama di santità. Era chiamata la “santa madre moretta“. Beatificata nel 1992, fu canonizzata nel 2000 da papa san Giovanni Paolo II. È stata riconosciuta come patrona delle persone vittime della tratta. Santa Bakhita è invocata con preghiere e novene.







