I Santi Tiburzio, Valeriano e Massimo furono tre martiri dei primi secoli della cristianità, legati da un destino indissolubile cementato nell’amore per Cristo.
I tre santi martiri vissero nel terzo secolo a Roma, e le prime fonti le ricordano già dal cinque secolo. Le versioni che trattano della loro esistenza sono due, una legata alla Passio di Santa Cecilia e l’altra che si trova nel Martirologio Geronimiano.
Per la prima, Valeriano era sposo di Cecilia e fu da lei convertito, prima di essere battezzato dal papa Urbano I. Lui stesso, in seguito, convertì al cristianesimo il fratello Tiburzio. Entrambi, però, ebbero la stessa dura fine ad attenderla. Furono infatti condannati a morte dal prefetto Almachio.
L’ufficiale in seconda del console a cui era affidata l’esecuzione della sentenza, però, prima di farla eseguire si convertì anche lui, decisione che di conseguenza lo portò ad essere condannato e ucciso qualche giorno dopo.
Entrambi, sia Valeriano e Tiburzio, furono quindi martirizzati e vennero sepolti in un posto chiamato Pagus da Cecilia, a quattro miglia da Roma. Luogo che però non è mai stato identificato. Anche qui venne dopo seppellito anche anche Massimo, l’ufficiale, ma in in un diverso sarcofago.
Nel martirologio furono invece citati quattro volte. Nella prima, vengono indicati come sepolti nel cimitero di Pretestato. Questa versione è quella poi passata nel Martirologio Romano, ancora oggi in uso. Al di là però delle varie versioni che si susseguono e che contrastano tra loro, alla fine su San Gregorio Magno ad unirli in un’unica celebrazione.
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I loro sepolcri furono restaurati prima da Gregorio III, poi da Adriano I e finalmente da Pasquale I, che infine trasferì le loro reliquie nella basilica di Santa Cecilia a Trastevere.
Giovanni Bernardi
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