San Paolo Miki è stato il primo Gesuita giapponese, martirizzato insieme ad altri 26 cristiani.
Paolo Miki (1556-1596, Kyoto) prese questo nome quando entrò nell’Ordine dei Gesuiti.
Lui era giapponese e fu il primo del suo Paese ad essere ammesso in un Ordine religioso cattolico.
Era un esperto anche di spiritualità orientale e, proprio per questo, i suoi interventi erano preziosi, in quanto poteva controbattere ampiamente e saggiamente i maestri buddhisti.
In Giappone, la storia di salvezza di Cristo era arrivata proprio in quegli anni, grazie all’opera missionaria di Francesco Saverio.
E per un periodo la diffusione della nostra religione non fu contrastata. Poi, lo Shogun Hideyoshi, il capo militare e politico dello Stato, decise di stopparne la divulgazione, divenendo un persecutore dei cristiani, timoroso che il cristianesimo potesse minare l’unità della Nazione.
Cominciarono gli eccidi di cristiani e Paolo Miki fu arrestato, nel 1596, a Osaka. Nella sua prigionia, era accompagnato da 3 altri Gesuiti, 6 Francescani missionari, 17 giapponesi Terziari di San Francesco.
A tutti spettò la stessa sorte: la crocifissione, nei pressi di Nagasaki.
Paolo Miki, volle dire un ultima cosa prima di morire: spiegò quanto fosse importante perdonare i carnefici e amare Cristo sopra ogni cosa.
Ripeteva: “In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum“, singolare che lo dicesse in latino, la materia che gli era stata più ostica, negli anni della preparazione!
Nel 1846, Daniele Comboni, ancora seminarista, lesse la sua storia e quando, più tardi, fondò l’Apostolo della “Nigrizia”, la dedicò a San Paolo Miki.
A Nagasaki, è possibile visitare il Museo dei Martiri, dedicato, in particolare, ai 26 cristiani, italiani e giapponesi, morti quel giorno e canonizzati, nel 1862, da Papa Pio IX. Nel martirologio romano sono citati come San Paolo Miki e compagni, il 6 Febbraio.
Antonella Sanicanti
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