San Massimiliano Kolbe: la testimonianza del prigioniero salvato ad Auschwitz

San Massimiliano Kolbe si offri come condannato a morte nel campo di sterminio di Auschwitz, per salvare la vita ad un uomo con famiglia.

la testimonianza dell'uomo salvato ad Auschwitz
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Franciszek Gajowniczek, uomo salvato dal frate francescano, raccontò quanto accaduto ad Auschwitz prima della sua beatificazione.

Il coraggio di San Massimiliano Kolbe

Si è concluso il triduo dedicato a San Massimiliano Kolbe ed oggi lo si celebra nell’anniversario della sua rinascita in cielo. In questa giornata speciale non si può non ricordare il sacrificio che il Frate francescano compì nel 1941 ad Auschwitz. Giunto nel maggio di quello stesso anno nel campo di sterminio nazista, il Frate restò insieme agli altri prigionieri solo pochi mesi, ma tutti loro lo ricordarono per sempre.

Un giorno uno dei prigionieri del blocco 14, dove si trovavano gli alloggi dei braccianti agricoli, è riuscito a scappare ed i nazisti decisero di fare morire di stenti 10 detenuti per scoraggiare altri tentativi di fuga. Quando il comandante delle SS nomina i dieci detenuti prescelti, un uomo si getta a terra e comincia a piangere. L’uomo pensava già alla famiglia che non avrebbe più rivisto, ma San Massimiliano Kolbe decise di prendere il suo posto. La vita del Frate si concluse due settimane dopo, il 14 agosto, con un’iniezione di fenolo.

Il ricordo del prigioniero salvato dal Santo

Era il 1970, un anno prima della beatificazione di Padre Kolbe, quando un giornalista di ‘Famiglia Cristiana’ ebbe la possibilità di visitare Auschwitz in compagnia di Franciszek Gajowniczek, il prigioniero salvato dal Frate. L’uomo accettò di tornare nel campo di sterminio per la prima volta solo per rispetto del Sacerdote che gli salvò la vita. In quella occasione ha rivelato di un episodio accaduto qualche settimana prima la condanna a morte che rivelava la grandezza di Padre Kolbe.

“Stavo scavando il letame da una fossa per portarlo nei campi. Arrivò una guardia con un cane e domandò al prigioniero che riceveva il letame e lo buttava fuori perché ne caricasse così poco, e senza dargli il tempo di rispondere cominciò a bastonarlo e ad aizzargli contro il cane, che lo morse ripetutamente. Ma l’altro se ne stava calmo, senza lasciarsi sfuggire un lamento. In tedesco disse anzi di essere un sacerdote, il che fece andare in bestia l’aguzzino che lo colpì ancor più duramente. Dopo la morte del frate, che fece notizia in tutto il lager, rievocando l’episodio con alcuni amici, venni a sapere che quel prigioniero era proprio Kolbe”.

Dopo aver indicato al giornalista la camera in cui dormivano insieme ed aver raccontato il gesto di magnanimità di Padre Kolbe nei suoi confronti, Gajowniczek confessa di essersi sentito in colpa. Per anni ebbe il rimorso di aver accettato per paura che un altro uomo morisse al posto suo, ma con il passare degli anni comprese che fu un gesto veicolato da Dio: “Mi sono convinto che un uomo come lui non avrebbe potuto agire diversamente. Nessuno l’aveva obbligato a farlo. Inoltre, lui era un prete¸ forse avrà pensato che la sua presenza a fianco dei condannati fosse necessaria per evitare loro il dramma della disperazione. Li ha assistiti fino all’ultimo”.

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Luca Scapatello

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