In pochi sono a conoscenza del fatto che in Sardegna veniva praticata l’eutanasia fino a qualche decennio fa. Non si trattava di una pratica illegale, bensì di una tradizione di lungo corso che è stata abbandonata solo dopo che è entrata in vigore la legge contro la morte assistita.
A portare la morte era una donna che i sardi chiamavano Sa Femmina Accabadora: questa figura si presentava su richiesta dei familiari della vittima per accelerare il percorso di morte di un parente in fase terminale. La pratica aveva un doppio fine: quello di evitare ulteriori sofferenze al moribondo e quello di risparmiare ai suoi cari viaggi e spese mediche che non potevano sostenere. Dopo essere stata chiamata, la donna, vestita con un abito nero e coperta in viso da una maschera, si presentava in casa del malato di notte e chiedeva ai familiari di uscire dalla casa. Quindi con passi lenti si avvicinava alla camera del sofferente e gli dava la morte con un bastone chiamato ‘Su mazzolu’ ( un bastone d’ulivo con un impugnatura sicura ed una punta a martello appositamente costruita per il fine preposto). Dopo aver compiuto l’atto di clemenza S’Accabadora usciva in punta di piedi dalla casa e dopo aver ricevuto il ringraziamento (solitamente doni alimentari) dei familiari se ne andava.
Il termine ‘Accabadora’ proviene dal verbo spagnolo ‘Acabar’ (dare il colpo finale, finire) e la sua esistenza era ritenuta un fatto naturale, tanto da considerarla una figura base della società al pari della levatrice: i sardi, infatti, ritenevano la morte come un passo necessario della vita, l’atto conclusivo del suo ciclo, quindi non vedevano nulla di strano nell’accelerarne il processo. Pare che in molti casi S’Accabadora e la levatrice fossero la stessa persona, proprio a simboleggiare la continuità del ciclo della vita, e che l’unica differenza fosse l’abito che portava, bianco per le nascite e nero per le accabadure. L’ultima procedura di questo tipo di cui si ha testimonianza scritta si è verificata ad Orgosolo nel 1952.
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