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Valentino, reduce da un inferno: “Quella voce mi ha detto Alzati”

Il reduce Valentino Di Franco è uno dei 163 uomini del nono reggimento Alpini di ‘L’Aquila’ ad essere tornato vivo dalla Russia, l’unico ancora in vita.

A quella tragica campagna militare è legata la poesia di Peppino Prisco, sottotenente del 108° battaglione, nella quale si legge come Gesù li abbia aiutati a sopravvivere.

Reduce della campagna di Russia compie 97 anni

Qualche giorno fa Valentino Di Franco ha compiuto 97 anni e come ogni anno i commilitoni del 9° reggimento degli Alpini di L’Aquila gli hanno fatto gli auguri e lo hanno ringraziato per il coraggio mostrato durante la Seconda guerra mondiale. Valentino in quel terribile 1942 era uno dei 1650 alpini partiti da L’Aquila alla volta della Russia, di cui ne torneranno solamente 163. Il clima gelido dell’inverno russo, unito alla strategia di guerriglia applicata dai militari avversari, aveva reso l’arrivo degli alpini un vero e proprio inferno.

I russi sbucavano da ogni lato decimando le truppe e quando gli attacchi nemici si placavano a sfoltire le fila erano il freddo e la fame. L’orrore patito in quella spedizione ha fatto sì che la valle nei pressi del Don in cui si è consumata la strage venisse ribattezzata “Valle della morte”. Intervistato dal ‘Tg5’, il reduce racconta di come una voce lo abbia salvato dalla morte: “Stavo disteso a terra in mezzo al gelo. Sarei morto, ma ad un tratto ho sentito una voce che mi diceva: ‘Alzati’. Mi guardai attorno e non vidi nessuno, ma mi sono alzato ed ho cominciato a camminare”.

(Screenshot Video)

La poesia di Peppino Prisco

Sottotenente di quel battaglione era il 19enne Peppino Prisco, successivamente conosciuto come vicepresidente dell’Inter. Di quella esperienza oltre i limiti della sopportazione umana ha voluto imprimere su carta un ricordo. Prisco, infatti, riteneva che ad averli salvati era stato Gesù. Di seguito vi riportiamo il bellissimo scritto per intero:

Natale ’42

C’era Gesù, tra noi, nelle trincee presso il Don,
a tenerci compagnia nel gelo.
Se no, di che saremmo vissuti, se neppure Lui
ci avesse parlato,
nel silenzio notturno della steppa?
Chi può vivere soltanto di gelo, di fame, di fuoco?
E allora Lui ci sussurrava il nome della mamma,
ne adoperava la voce
per offrire l’augurio e il dono di Natale:
“Ritorna figliolo… noi ti aspettiamo”.
Innumerevoli gomitoli grigio-verdi
rannicchiati ed infissi nella neve,
eravamo una unica linea presso il Don – ma pochi,
per la bianca vastità di Jvanowka,
Galubaja Kriniza, Nova-Kalitwa:
molti soltanto a Selenyj-Jar, al piccolo cimitero
nato dal sangue degli Alpini de “L’Aquila”.
Il Bambino parlava a noi, si soffermava
in silenzio e inatteso innanzi a Loro,
Li attendeva per portarli con sé,
nella notte di Natale.
Noi superstiti restavamo sgomenti,
quel mistero si esprimeva soltanto in dolore:
sopra la neve, sotto la neve
legava un’unica paternità, una stessa sorte.
Ma noi siamo tornati.
Non c’è più Natale eguale a quell’ultimo nostro:
ogni anno siamo là, su quella neve a chiamarLi.
Fratelli nostri, noi Vi ricordiamo.

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Luca Scapatello

Luca Scapatello

Scritto da
Luca Scapatello

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