Racconti reali sull’inferno: “Un giorno io morirò; ma io me ne frego”

Racconti reali sull’inferno: “Un giorno io morirò; ma io me ne frego”
Possono esserci dei racconti sull’inferno che diano delle certezze ai credenti sulla sua esistenza e i suoi dolori? Paradossalmente sì.

Molti anni fa uno zelante sacerdote mi fece notare che se si prendono alla lettera le parole di Gesù riportate dai 4 santi evangelisti, si nota facilmente che, in modo chiaro ed esplicito, il Maestro ha parlato più volte dell’inferno che non del paradiso! La cosa potrebbe stupire, ma a pensarci bene lo stupore nel caso non ha alcun senso.

Ovviamente è astrattamente preferibile un cristiano che desideri ardentemente il paradiso più di quanto tema l’inferno, piuttosto che un cristiano timorosissimo di finire all’inferno, senza però nessun desiderio particolare di vivere in Cielo col suo Creatore, gli angeli e i santi.

Ma il timore dell’inferno, è l’inizio della sapienza: timor Domini, initium sapientiae dice la Scrittura e la Scrittura ha Dio come Autore principale. Questo santo timor di Dio, uno dei doni dello Spirito Santo, non è una semplice paura o una fobia irrazionale, ma è il timore di offendere Dio e di non essere degni del suo amore gratuito ed eccelso.

E questo timore delle pene infernali spinge alla responsabilità e costituisce il primo infimo gradino della scala che ci fa apprezzare la vita eterna, ed anche lo stesso giudizio che spetterà ad ognuno nell’istante della morte, sapendo altresì che si tratterà di essere giudicati da un Giudice informatissimo, attentissimo e pazientissimo.

Ebbene, un pregevole libretto appena pubblicato racconta una storiella realmente accaduta che sintetizzo per i lettori.

Due giovani militari, in pieno XIX secolo, stanno visitando Parigi ed entrano in una delle tante magnifiche chiese della capitale delle Gallie. Notando che in un confessionale si trova un giovane sacerdote, un militare propone all’amico di fare una finta confessione per burlarsi del prete. Chiaramente il clima che fa da sfondo a questa scenetta è quello della Francia anticlericale, posteriore alla Rivoluzione anticristiana del 1789. E il giovane sottotenente accetta la scommessa, e se la vincerà, guadagnerà una cena a base di champagne!

Il penitente per celia va quindi ad inginocchiarsi nel confessionale. Il sacerdote, giovane ma già esperto di anime, capisce subito che si tratta di un gioco, ma invece di scacciare il milite, lo intrattiene in un dialogo che si rivelerà molto fruttuoso. Il prete inizia il dialogo chiedendo al militare informazioni precise sul suo nobile lavoro. E così, il ragazzo si scioglie.

Il sacerdote lo mette alle strette interrogandolo su tutti i possibili avanzamenti della sua futura carriera. Capitano? E dopo? Tenente? E dopo? Colonnello? E dopo? Generale? E dopo? Maresciallo di Francia? E dopo?

Il sotto-tenentino un po’ spazientito non sa più che dire, perché non è affatto scontato per lui poter arrivare a quelle ambite posizioni di comando, e così sbotta: “Oh! Ma che dire, io non so cosa accadrà dopo!”.
Al che il sacerdote che la sapeva lunga: “Ebbene, io invece lo so; e voglio proprio dirvelo! Dopo, morirai. E dopo la tua morte comparirai davanti a Dio e sarai giudicato.
E se continuerai a fare come ora, sarai dannato; e sarai bruciato eternamente nell’inferno!”.

Questo dialogo avvenne realmente nella Chiesa dell’Assunta, a Parigi, nel 1837. Ma non finì così.

Il giovane tenente fu assai sorpreso dallo zelo del buon prete. E il sacerdote, con la sua autorità di uomo di Dio e per permettere al militare di riparare lo sciocco scherzo architettato con il commilitone, gli diede una sorta di penitenza.
Chiedendogli, in nome dell’onor militare, di rispettarla e di essere sincero.

La penitenza fu questa. Il giovane doveva dire per 8 giorni di seguito, la sera poco prima di coricarsi, la seguente bizzarra preghiera: “Un giorno io morirò; ma io me ne frego! Dopo il giudizio, io sarò dannato; ma io me ne frego! E brucerò eternamente all’inferno; ma io me ne frego!”.

Dalla recita di questa invocazione cosa accadde? Come riporta il Vescovo e scrittore monsignor De Ségur, “Non ancora trascorso l’ottavo giorno, egli ritorna, questa volta da solo, alla chiesa dell’Assunta, si confessa per bene, ed esce dal confessionale col viso bagnato di lacrime e con la gioia nel cuore” (cf. Louis de Ségur, L’inferno. Se esiste. Che cos’è. Come possiamo evitarlo, Sursum Corda, 2018).

Il libro, appena ripubblicato, raccoglie molte testimonianze sull’inferno, sui santi che ne hanno avuto visione e sulle anime elette che ne hanno fatto esperienza. E soprattutto sull’importanza, oggi trascuratissima, di menzionarlo esplicitamente nelle prediche e nei sermoni. Proprio come faceva il buon Gesù e come fece lo zelante sacerdote nella storia narrataci sopra. Molte conversioni vengono rinviate e forse, Dio non voglia, rallentate proprio per l’autocensura che certo clero si pone circa le verità somme della nostra divina religione.

Un secondo libretto, edito dallo stesso editore, e scritto dal santo cappuccino Giacinto da Belmonte (1839-1899), riporta molti esempi di miracoli che aiutarono i popoli cristiani, a correggersi e a santificarsi, evitando così, definitivamente, ogni rapporto e commercio con Satana e il suo regno di male (Racconti miracolosi, Sursum Corda, 2018).

Prepariamoci seriamente al mese di Novembre, mese dei santi e dei morti, meditando gli esempi delle anime beate e la loro attuale invidiabile condizione: la gioia eterna della beatitudine.

Antonio Fiori