E’ possibile amare i propri nemici ?

La prima cosa è pregare per loro

di Padre Javier Soteras

Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 43-48)

La prima cosa che siamo chiamati a fare nei confronti di quanti riteniamo nostri nemici è pregare per loro. Evidentemente non è facile, richiede decisione e saper distinguere chi è non diverso, ma contrario. In un mondo narcisista, a volte la diversità è vista come opposizione carica di aggressività. In questo senso, chi si oppone nel modo di guardare viene considerato nemico, quando è invece nella diversità di sguardi che si può trovare una via.

Nella nostra società postmoderna tanto frammentata, chi può dire di avere la risposta su dove trovare il cammino? Il dialogo pluralista arricchisce le persone e i gruppi nella misura in cui si relazionano.

Ci sono nemici contrari carichi di aggressività che generano esclusione, e dall’altro lato vari complementari che si arricchiscono. Bisogna chiudere la porta al nemico, il nostro unico avversario, e non alle persone.

Gesù invita a pregare per i nemici. Preghiamo per i nemici perché il male non si insedi tra di noi cercando di spezzare i rapporti di armonia con cui Dio vuole che viviamo nel dono della fraternità.

Inimicizia è quando i rapporti diventano violenti. È diversa dalla diversità, che presuppone il fatto di pensarla diversamente anche se questo non rende nemici.

Pregare per i nostri nemici presuppone che quelli che ci sono ostili entrino nel profondo del nostro cuore. Questo è molto doloroso, perché quando sperimentiamo di essere odiati fa male. Naturalmente, e in modo salutare, si tende a distanziarsi da quanti ci odiano. Il limite aiuta la buona relazione e ci permette di marcare una differenza perché l’altro non superi quel limite. I limiti sono sani e sanano i rapporti.

Pregare per i nemici

Sui luoghi di inimicizia vogliamo invocare il perdono e chiedere il dono della riconciliazione, possibile solo per l’intervento di Dio che ripulisce il terreno. È molto difficile inserire negli ambiti di preghiera e intimità i nostri nemici e continuare ad amare lasciando l’odio da parte.

Quando preghiamo per chi ci ha fatto un danno, riscattiamo la persona nel cuore. La preghiera ci porta su un cammino di discernimento. Lo stesso accade quando siamo stati noi a danneggiare altri: possiamo riscattarci da quella forza dell’azione del male che ci ha usati. È un cammino concreto che ci porta alla conversione, vedendo come agli occhi di Dio non siamo più degni di altri.

La preghiera per i nemici ci dà un cuore che non conosce la violenza, e scopriamo che non possiamo più provare rancore verso coloro per i quali abbiamo pregato di cuore. Vediamo che iniziamo a parlare diversamente con loro e la vicinanza inizia a vedersi come un orizzonte non troppo lontano. Non è così semplice chiedere al Padre di perdonarli perché non sanno ciò che fanno. Il perdono deve sempre instaurarsi nel nostro cuore perché affratella, stringe i legami, riunisce i diversi, fa sì che chi pensa, vive e crede in modo diverso si unisca e si complementi.

Nella convivenza quotidiana, abbiamo confuso l’inimicizia con la differenza. Non comprendiamo il valore della diversità. È nel dialogo interpersonale di un io e un tu che il noi ci restituisce l’identità più chiara. Questo non è capito da una società che ha voluto costruire sulla base dell’individualismo del soggetto. Il mondo “ioista” ha sbagliato nel cammino di costruire la persona isolandola, togliendole la possibilità di relazionarsi con gli altri se non per concorrenza.

Si può guardare da prospettive diverse? Sì, se teniamo presente che c’è un bene superiore che ci supera. Il dono del perdono nasce da una presenza paterna che ci affratella nelle differenze.

Nei nostri rapporti conflittuali, è bene dare nome al diavolo. Identificando le sue trappole, perché non sopporta di essere scoperto, e inizia a fuggire. Si chiama indifferenza, o aggressività, o si chiama violenza quello che ci separa, o mancanza di spazi… La vita in comunione con altri si produce nella misura in cui confessiamo i demoni che cercano di introdursi tra noi per dividere. Noi non siamo questo, ma siamo manipolati da quella forza, ma riconoscendola e dandole un nome inizia a scomparire.

Pregare, pregare e pregare per le inimicizie ci permette di superare ciò che ci distanzia e di trovare quello che ci avvicina, che ci complementa, e di arricchirci. È rinunciare alla mia meschinità perché Dio operi. Pregare implica il fatto di mettere davanti alla luce di Dio il fatto di dire “Io sono un uomo e tu sei Dio, io riesco a fare fino a qui, il resto tocca a te”. Quando prego per mio fratello, tolgo di mezzo chi ci separa e metto al suo posto chi crede nella comunione.

L’uomo non è qualcuno che di tanto in tanto commette un errore, ma chi ha una ferita che lo fa inciampare, e Dio ha una volontà che lo rimette in piedi. Noi uomini non siamo peccatori a volte, siamo peccatori tout court, e Dio è amore. Sapere questo ci permette di vivere tra le sue braccia. Amare quelli che si odiano non è una cosa da fare in un modo qualunque, ma presuppone il fatto di mettere limiti, amare dalla diversità, amare senza voler collocare l’altro nei miei schemi, amare senza violentare…