Cinque uomini con il volto coperto sono entrati stamattina in un hotel di lusso di Tripoli, capitale della Libia, prendendo ostaggi e uccidendo otto persone. La loro irruzione nel Corinthia Hotel (foto a destra), che ospita spesso diplomatici e funzionari, è stata preceduta dallo scoppio di un’autobomba nel parcheggio dell’albergo, il cui staff di origine maltese è stato evacuato. L’attentato, che si è concluso da poco, è stato già rivendicato dallo Stato islamico come vendetta per la morte del membro di al-Qaeda «Abu Anas al-Libi». Uno dei jihadisti è stato catturato, gli altri quattro si sono fatti esplodere.
PRIMA DERNA. L’attentato, al di là della rivendicazione particolare, dimostra quanto lo Stato islamico stia prendendo piede in Libia approfittando della confusione provocata dalla guerra tra milizie e istituzioni. La prima colonia al di fuori di Siria e Iraq dei jihadisti è stata Derna, presa a ottobre, città costiera libica a sole 430 miglia nautiche dall’Italia.
LO STATO ISLAMICO SI ESPANDE. La presenza dell’Isis però, come l’attentato di stamattina dimostra, è molto più diffusa. Ha rivelato quanto Ali Tarhouni, 63 anni, già ministro delle Finanze e del petrolio nel Consiglio nazionale di transizione e da aprile 2014 presidente dell’Assemblea costituente della Libia. Al Corriere della Sera ha dichiarato sabato che «i guerriglieri dell’Isis si sono insediati nella regione di Bengasi». Non solo, proseguendo verso ovest, si sono espansi nella zone di Sirte e di Misurata. Poi, tralasciando per il momento la capitale Tripoli, hanno conquistato Sabrata e occupato il porto di Hart az Zawiya, da dove partono quasi tutte le imbarcazioni cariche di migranti verso l’Italia.
CAOS LIBIA. Si capisce meglio così il pensiero di Ali Tarhouni: «L’Europa, soprattutto l’Europa, sottovaluta i rischi della situazione libica. I pericoli crescono drammaticamente. Il Paese è polverizzato, con le città, persino i villaggi che non rispondono più a nessuno». La situazione sul terreno infatti, Stato islamico a parte, è drammatica: dopo che la capitale Tripoli è stata conquistata in estate dai ribelli islamisti di Alba libica, il Parlamento eletto dal popolo si è trasferito nell’est a Tobruk. I ribelli, in compenso, hanno eletto un proprio governo, di stanza a Tripoli. Nell’est del Paese, a Bengasi, ex roccaforte della cosiddetta “Primavera araba”, l’esercito guidato dal generale Khalifa Haftar e legato al governo di Tobruk combatte le milizie islamiste e jihadiste per il controllo della città. Partendo dalla capitale invece, gli islamisti, che già hanno il controllo di importanti pozzi petroliferi, si stanno espandendo a ovest verso Zintan e i giacimenti di gas occidentali.
L’ITALIA COSA FA? Gli islamisti di Alba Libica hanno accusato il loro acerrimo nemico, il generale Haftar, di essere dietro l’assalto al Corinthia Hotel effettuato dallo Stato islamico. Se fosse davvero così, sarebbe un sollievo ma questa ipotesi è irragionevole. È molto più probabile invece che l’Isis stia lentamente cercando di prendersi la Libia, approfittando della mancanza di qualsiasi istituzione. Domani il Consiglio dei ministri italiano dovrebbe approvare un decreto che prevede la concessione del permesso di soggiorno a quei migranti che forniscano informazioni utili all’antiterrorismo. Ma potrebbe non bastare e Matteo Renzi dovrebbe cominciare a preoccuparsi sul serio, perché l’Isis è sempre più vicino all’Italia.
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