Perdonami Gesù anche io ti abbandonato

 

 

Io conoscevo Gesù, eravamo molto amici. Io e lui passavamo ore intere a parlare di quello che ci piaceva fare, della gente che incontravamo, della nostra visione del mondo.

Purtroppo è capitato che lui si è trovato ad affrontare un brutto momento, una di quelle situazioni dolorose che ti cambiano la vita, ed io non ho saputo stargli vicino, come si sarebbe aspettato.

L’ho abbandonato miseramente, perché ho avuto paura di essere coinvolto dalla sofferenza, schiacciato dal suo peso.

Mi chiedo ancora come ho potuto fargli questo e abbandonare proprio lui, che mai si stancava di ascoltare le mie paranoie, di darmi conforto nei momenti di angoscia.

Ho scelto una via di comodo e di non accompagnarlo in quel suo ultimo viaggio.

Si, il mio amico Gesù ora non c’è più, è morto!

E’ stato arrestato con un’accusa molto grave: dicevano che aveva bestemmiato. Durante la prigionia, l’hanno torturato senza pietà e poi condannato alla pena di morte, ecco com’è andata.

Gesù amava viaggiare per la Giudea, passare di paese in paese. Aveva l’intenzione di dire a più gente possibile la grande novità, ossia che il regno di Dio stava finalmente per giungere e che tutti potevano, qualora lo desiderassero con tutto il cuore, farsi salvare.

Una sera, eravamo a Gerusalemme e, dopo cena, uscimmo per andare nel giardino del Getsemani. Spesso stavamo li per un momento di preghiera, per ritrovare la pace.

Gesù quella sera ci aveva chiesto una preghiera particolare, perché si sentiva debole e provato, triste fino alla morte -aveva detto, forse perché intuiva già che qualcosa di terribile stava per succedergli.

Noi invece non avevamo capito niente e, dopo un po’, ci addormentammo sotto il chiar di luna.

Solo l’arrivo dei soldati ci fece risvegliare, bruscamente. Cercavano proprio lui, il Nazzareno, e lo accusavano di essersi proclamato Re, indecorosamente. Lo presero e lo portarono via, senza che lui reagisse in alcun modo.

Già il giorno dopo lo condussero davanti al governatore Pilato, per il processo.

La legge dei romani dice che nessun innocente può essere condannato, nessuno di cui non si sia accertata la colpa, ne va del loro prestigio.

Nel rispetto di questa legge, forse Pilato non avrebbe crocifisso Gesù, perché, per ben tre volte, dopo averlo interrogato, lo aveva dichiarato senza colpa e sembrava volesse scagionarlo dalle accuse infamanti. Il popolo però aveva ormai deciso di condannarlo e chiedeva di giustiziarlo. Messo alle strette, il governatore, nell’estremo tentativo di salvarlo, lo fece flagellare. Potrebbe sembrare un controsenso, ma dovete sapere che la legge romana dice anche che un flagellato non può esser messo a morte, in quanto dopo la tortura la sua fine è pressoché segnata.

Il flagello è un’arma terrificante, un bastone di legno con strisce di cuoio ad una estremità. Ad ognuna di queste strisce è legato un piccolo manubrio con punte acuminate di piombo.

Il mio amico venne frustato con quell’arnese, fino a ricoprirsi tutto di sangue: i colpi gli procurarono, in ogni parte del corpo, lacerazioni della pelle e nei muscoli sottostanti, proprio a questo serve il flagello.

Ovvio che i colpi al petto avevano compromesso il cuore, che sarebbe andato in arresto da li a pochi giorni.

Anche così sfigurato Gesù ispirava ancora il disprezzo della gente. Perché tanta cattiveria? Loro nemmeno lo conoscevano!

Ed ecco l’uomo al cospetto di Pilato: ormai il suo corpo era sfigurato e il suo destino segnato. Che bisogno c’era di fargli affrontare pure il calvario? Ma la sete di sangue della folla che assisteva non si placava, mentre il mio amico continuava a subire in silenzio.

I soldati intrecciarono una corona di rami di acacia, che hanno delle spine in grappoli, tanto flessibili, quanto pungenti. Presi dalla malvagia foga del momento, vollero deriderlo. Gli misero la corona in testa e le spine gli trapassarono il cuoio capelluto e la fronte, i capelli si inzupparono di sangue nel giro di pochi attimi.

Come mai il mio amico non urlò il suo dolore, se non per l’ingiustizia che stava subendo, almeno per le sofferenze fisiche?

Perché, se nessuna accusa aveva retto contro di lui, tutti volevano ugualmente la sua morte?

Io e altri, increduli e sbigottiti, paralizzati dal terrore che qualcuno potesse riconoscerci come suoi amici o complici, stavamo nascosti senza intervenire. Eppure eravamo gli unici a poter urlare: “Questi è Gesù, non un malfattore. Non capite le sue intenzioni? Vuole salvarci tutti, sacrificandosi per colpe che non ha commesso. Agisce per amore, non lo vedete?”.

No, restammo in silenzio, come codardi, mentre crescevano le urla degli altri: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”.

Gesù allora fu caricato del patibolo, il legno orizzontale della croce, del peso di circa 30 kg. Gli fu legato sulle spalle a braccia tese, mentre altre funi gli bloccavano le caviglie, unendolo alla stessa sorte degli altri condannati a morte -quel giorno due, per prevenire ogni ribellione o tentativo di fuga. Così cominciò il cammino verso il Golgota, il luogo dove sarebbe stato giustiziato, mentre appariva sempre più chiaro che Gesù per nessun motivo si sarebbe ribellato a quella sorte.

Sotto il peso del patibolo, le forze lo abbandonavano -lo vedevamo tutti, cadeva con la  faccia e le ginocchia in terra, sopra i sassi della strada che traversava, senza neanche potersi riparare il viso con le mani.

Arrivato al luogo stabilito, due grossi chiodi, sotto i colpi spietati dei soldati, gli bucarono i polsi, fissandolo al legno. In quello stato -appeso per i polsi- lo tirarono su, con una carrucola, per issarlo sul legno verticale della croce, già piantato in terra -immaginate quale terribile sofferenza gli fu inferta in quel momento.

In quella posizione un uomo muore dopo 6 minuti, lo sapete? I polmoni si riempiono di anidride carbonica, perché non si riesce più ad espirare. Nemmeno questo fu concesso al mio amico, poiché subito un altro chiodo gli trapassò i piedi e su quello doveva far forza per risollevarsi e respirare, respirare ancora, nelle successive tre ore della sua agonia.

Io avevo ascoltato le sue Parole di vita, visto i suoi miracoli, ed ho scelto ugualmente di nascondermi, piuttosto che seguirlo sulla Croce. Mi vergogno! Non sono stato da meno di quelli che hanno gridato “Crocifiggilo!” o dei soldati che l’hanno torturato.

Da quel momento, non faccio altro che chiedermi se tutto questo poteva essere evitato.

Ora ho capito: Gesù ha portato a compimento la volontà del Padre, suo e nostro. Non avrei dovuto peccare, ecco! Non avrei dovuto disobbedire alle leggi di Dio, solo questo avrebbe impedito a Gesù di farsi ammazzare.

Si, lui è morto per me (e anche per te), aveva capito che i miei peccati mi avrebbero condotto tra le grinfie del demonio e li sarei rimasto per sempre. Io non potevo salvarmi da solo, sono solo un debole uomo, io, e rifiutare il suo sacrificio avrebbe significato esser perduto per l’eternità.

IO E GESÙ

(di A.C)