Papa: cattolici e luterani testimonino insieme misericordia di Dio

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Migranti, tratta, sana laicità e laicismo, sacerdozio femminile e mondanità spirituale: questi e tanti altri i temi al centro del colloquio del Papa con i giornalisti sul volo di ritorno dalla Svezia, dove ha concluso un breve ma intenso viaggio per la commemorazione luterano-cattolica dei 500 anni della Riforma. Il Pontefice è arrivato a Roma nel pomeriggio e prima di rientrare in Vaticano si è recato, come di consueto, a Santa Maria Maggiore per ringraziare la Salus Populi Romani del felice esito del viaggio. Sulla conferenza stampa in aereo ascoltiamo il servizio di Debora Donnini:

Una visita dedicata alla commemorazione dei 500 anni della Riforma luterana quella di Papa Francesco in terra svedese, un viaggio dal forte sapore ecumenico. Rispondendo in aereo alle domande dei giornalisti sulla Svezia che, dopo una lunga tradizione di accoglienza verso i rifugiati, ora comincia a chiudere le frontiere, il Papa ha prima di tutto ringraziato il Paese scandinavo per aver accolto tanti sudamericani nel periodo delle dittature. Francesco entra nel dettaglio e spiega che bisogna distinguere fra il “migrante” che “dev’essere trattato con certe regole” perché migrare “è un diritto molto regolato”, e il rifugiato, colui che viene da una situazione di guerra, fame, angoscia. Francesco sottolinea che la Svezia ha una grande tradizione non solo di accoglienza ma anche di integrazione:

“Anche in questo, la Svezia sempre ha dato un esempio nel sistemare, nel fare imparare la lingua, la cultura e anche integrare nella cultura. In questo dell’integrazione delle culture, non dobbiamo spaventarci, eh?, perché l’Europa è stata fatta con una continua integrazione di culture, tante culture, no?”.

Accoglienza e prudenza
Francesco focalizza due aspetti: da una parte non si può chiudere il cuore, dall’altra serve la prudenza e spiega cosa pensi dei Paesi che chiudono le frontiere:

“Credo che in teoria non si può chiudere il cuore a un rifugiato, ma anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché non solo a un rifugiato lo si deve ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di venti, diciamo così, di integrazione, ma … faccia fino a questo. Altro Paese di più, faccia di più. Ma sempre il cuore aperto: non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore, e alla lunga questo si paga”.

Si può “pagare politicamente anche un’imprudenza nei calcoli” perché se un migrante non viene integrato “si ghettizza” ed “è pericoloso” quando una cultura “non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura”. Il Papa racconta di aver parlato con un funzionario del governo svedese che gli ha spiegato le difficoltà in questo momento nel sistemare i migranti. E quindi Francesco ritiene che se la Svezia diminuisce la sua capacità di accoglienza non lo faccia per egoismo, ma perché non ha il tempo necessario per sistemare tutti. Tanti infatti conoscono il Paese per la sua accoglienza.

La Chiesa è donna
Ad una domanda se sia possibile il sacerdozio alle donne nella Chiesa cattolica, Francesco risponde che “l’ultima parola chiara è stata data da San Giovanni Paolo II, e questa rimane”. Sottolinea poi che le donne possono “fare tante cose, meglio degli uomini”. Vengono ricordate le due dimensioni della Chiesa: quella petrina e quella mariana. “La Chiesa è donna”, sottolinea, “non esiste la Chiesa senza questa dimensione femminile, perché lei stessa è femminile”.

Secolarizzazione: debolezza nell’evangelizzazione e laicismo
Centrale la questione della secolarizzazione che riguarda ormai tutta l’Europa. Viene chiesto al Papa se i responsabili siano i governi laici o la Chiesa che sarebbe troppo timida. La risposta di Francesco è di ampio respiro e si riallaccia dichiaratamente al pensiero di Benedetto XVI. Prima di tutto non è “una fatalità”. Da una parte, rileva, quando c’è la secolarizzazione, “c’è qualcosa di debolezza nell’evangelizzazione”, ma dall’altra c’è anche “un processo culturale”, quando l’uomo, che riceve il mondo da Dio, si sente invece tanto padrone di quella cultura da “fare lui il padrone di un’altra cultura”, cioè vuole prendere il posto di Dio creatore:

“Non è un problema di laicità perché ci vuole una sana laicità, che è l’autonomia delle cose, l’autonomia sana delle cose, l’autonomia sana delle scienze, del pensiero, della politica, ci vuole una sana laicità. No, un’altra cosa è un laicismo più come quello che ci ha lasciato in eredità l’illuminismo. Ma io credo che sono queste due cose: un po’ la sufficienza dell’uomo creatore di cultura ma che va oltre i limiti e si sente Dio e anche una debolezza nell’evangelizzazione, diventa tiepida e i cristiani sono tiepidi. Lì ci salva un po’ riprendere la sana autonomia nello sviluppo della cultura e delle scienze anche con la dipendenza di essere creatura, non Dio, e anche riprendere la forza dell’evangelizzazione”.

Per il Papa “questa secolarizzazione è molto forte nella cultura e in certe culture” ed è anche molto forte in diverse forme di mondanità, la “mondanità spirituale” che quando entra nella Chiesa “è il peggio”, sottolinea richiamandosi al grande teologo del Concilio, il cardinale de Lubac. Quindi una secolarizzazione “un po’ truccata” nella vita della Chiesa e “pericolosissima”.

Le iniziative ecumeniche
Sulle iniziative ecumeniche con altre Chiese, Francesco ne ricorda due: quando è andato a Caserta alla Chiesa Evangelica e anche nella stessa linea quando a Torino è andato alla Chiesa Valdese. Un’iniziativa “di richiesta di perdono” e per risanare una ferita, sottolinea, perché “parte della Chiesa cattolica non si è comportata cristianamente, bene, nei loro confronti”. Quindi racconta delle iniziative intraprese a Buenos Aires in questo senso: gli incontri con fedeli evangelici e cattolici nei quali si alternavano nella predicazione pastori e sacerdoti cattolici. Incontri che hanno aiutato molto il dialogo.

Il rapporto con il Rinnovamento Carismatico
Riguardo alla celebrazione per i 50 anni del Rinnovamento carismatico, al Circo Massimo, alla Vigilia di Pentecoste, prevede di “andare a parlare lì”. A proposito del Rinnovamento Carismatico, ricorda di essere stato, da provinciale dei Gesuiti, uno dei principali oppositori in Argentina. Quando bisognava fare una celebrazione liturgica, bisognava fare una cosa liturgica e non una scuola di samba, dice. Il Papa spiega però di aver cambiato idea: “Ho sperimentato un processo di riconoscimento del buono che il Rinnovamento ha dato alla Chiesa”, senza poi dimenticare la figura del cardinale Suenens, “che ha avuto quella visione profetica e ecumenica”. Infatti a Buenos Aires, una volta all’anno, nella Cattedrale c’era una Messa del Movimento.

La visita del presidente venezuelano Maduro
Sulla visita del presidente venezuelano Nicolás Maduro e sull’inizio dei colloqui, spiega che il presidente stesso gli chiese un appuntamento perché faceva uno scalo tecnico a Roma, ricorda di averlo ascoltato e ribadisce che il dialogo è l’unica strada:

“L’unica strada per tutti i conflitti, eh? Per tutti i conflitti! O si dialoga o si grida, ma non ce n’è un’altra. Io col cuore ce la metto tutta sul dialogo e credo che si debba andare su quella strada”.

La sua commozione di fronte alla tratta di esseri umani
Quindi il Papa affronta la questione della tratta. “Mi ha sempre commosso”, afferma, “il fatto che Cristo viene crocifisso continuamente nei suoi fratelli più deboli”. Ricorda l’impegno in Argentina di gruppi di credenti e non credenti contro il “lavoro schiavo” di tanti migranti latinoamericani che arrivavano, di quando si incendiò un’industria e bambini morirono. E poi racconta dell’impegno con le suore che lavorano con “le donne schiave della prostituzione” e della Messa che una volta all’anno si celebrava a Piazza della Constitución con queste persone e con chi le aiutava. Infine il Papa loda l’Italia rilevando che qui si lavora bene nel volontariato:

“E’ una cosa bella che ha l’Italia, il volontariato. E questo è dovuto ai parroci. L’oratorio e il volontariato sono due cose che sono nate dallo zelo apostolico dei parroci italiani”.
fonte: radiovaticana