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La dura prova della pandemia per il Libano: così rischia la catastrofe

Purtroppo arrivano notizie molto poco incoraggianti dal Libano, che sembra stia vivendo un momento di crisi più che drammatica.

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Il Paese che fino a poco tempo fa era considerato per molti un punto di riferimento per l’area medio-orientale, dall’inizio del Covid è finito per essere scaraventato in una crisi nera che sembra anticipare un momento di sfascio totale.

La dura situazione che sta vivendo il Libano

Fino a non molto tempo fa, a prima dell’inizio della pandemia, il Libano era infatti considerato qualcosa di simile all’ospedale del Medio Oriente, grazie all’eccellenza sanitaria degli istituti privati, allora in parte sovvenzionati dallo Stato. Nel Paese si recavano cittadini di tutte le nazioni confinanti, e i numeri dell’immigrazione a volte superavano quelli dei cittadini locali.

Oggi non ci sono più posti letto a causa del devastante espandersi della pandemia, di conseguenza tutto il sistema dell’accoglienza degli sfollati di guerra dei Paesi limitrofi è andato in grave e profonda crisi. Dallo scorso febbraio a oggi in Libano si sono registrati 1.740 decessi accertati per Covid e 231mila casi positivi, anche se esperti affermano che queste cifre sono al ribasso rispetto all’emergenza sanitaria.

Gli ospedali a fronte della pandemia sono entrati in grave crisi

Si spiega inoltre che dei 784 posti totali di terapia intensiva soltanto 627 risultano occupati, all’interno di un paese con una popolazione di oltre 5 milioni di abitanti. Attualmente è in vigore un coprifuoco di dodici ore giornaliere, dalle 17 del pomeriggio alle 5 del mattino, che prevede inoltre fortissime limitazioni, tra cui persino la chiusura dei supermercati.

L’apertura degli esercizi commerciali nel periodo natalizio ha fatto scoppiare di nuovo la pandemia. Ma l’aspetto più grave è quello sanitario: la mancanza di posti in ospedale è aggravata dal numero di richieste che ha superato i posti di ricovero. Gli ospedali non possono più accogliere tutti.

Molte famiglie libanesi non hanno il cibo da mettere in tavola

Anche le scuole sono chiuse, con la differenza però rispetto ad altri che Paesi che spesso le linee telematiche non funzionano e pochissime famiglie possono permettersi un computer. Di conseguenza, la didattica a distanza diventa una chimera per molti del tutto irrealizzabile.

Oggi molte famiglie libanesi non hanno nemmeno il cibo da mettere in tavola, nel mentre i tamponi sono pochissimi e a pagamento e il sistema Paese non ha soldi per comprare il vaccino. Così nelle ultime ore sono scoppiate violente manifestazioni di protesta.

Le rivolte sono scoppiate soprattutto a Tripoli

Le rivolte sono scoppiate soprattutto nelle strade di Tripoli, dove ci sono stati oltre 200 feriti e anche un morto, un giovane di 18 anni. La città, composta per il 90 per cento da sunniti è sfinita dal punto di vista della crisi economica, è quindi ora al centro della rivolta come lo è stata anche nel 2019.

La popolazione è sempre più povera a causa del lockdown e la gente guadagna alla giornata. Se un giorno non lavora, si fa la fame. “Vedremo se dopo il funerale del giovane ucciso nelle manifestazioni si scateneranno altre proteste, la situazione è molto pesante”, dice il giornalista Camille Eid a Il Sussidiario.

LEGGI ANCHE: Papa Francesco: “Il 4 settembre preghiamo insieme per la pace in Libano”

La rabbia della popolazione verso la classe politica

“La classe politica non fa nulla, non ci sono soluzioni, i politici si comportano come se il tempo fosse a loro disposizione, si disinteressano del virus, della crisi, la loro preoccupazione è concentrata su fatti banali di lotta di potere tra di loro”.

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Preghiamo per il Libano, affinché possa risollevare la testa da questo momento di dura crisi e possa tornare a vivere secondo la sua vocazione di apertura ai sofferenti e di rifugio di quanti scappano ogni giorno da violenti conflitti.

Giovanni Bernardi

Giovanni Bernardi

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Giovanni Bernardi

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