Era il 5 Agosto del 1918, quando Padre Pio accusò la ferita al costato, la trasnverberazione, ossia la ferita che il soldato procurò a Cristo, con la lancia, quando era già morente e appeso sulla croce.
Ecco cosa scrisse Padre Pio, di quell’episodio e del dolore lancinante che provò, a Padre Benedetto, sua guida spirituale:
“Me ne stavo confessando i nostri ragazzi la sera del cinque, quando, tutto d’un tratto, fui riempito da un estremo terrore, alla vista di un personaggio celeste che mi si presentava dinnanzi all’occhio dell’intelligenza. Teneva in mano una specie di arnese, simile ad una lunghissima lamina di ferro, con una punta bene affilata e che sembrava che da essa punta che uscisse fuoco.
Vedere tutto questo ed osservare detto personaggio scagliare con tutta violenza detto arnese sull’anima, fu tutto una cosa sola. A stento emisi un lamento, mi sentivo morire. Dissi al ragazzo che si fosse ritirato, perché mi sentivo male e non sentivo più la forza di continuare.
Questo martirio durò, senza interruzione, fino al mattino del giorno sette. Cosa io soffrii in questo periodo così luttuoso io non so dirlo. (…) Da quel giorno in qua, io sono stato ferito a morte. Sento nel più intimo dell’anima una ferita che è sempre aperta, che mi fa spasimare assiduamente”.
A Padre Pio, che si chiedeva il perché di quella ennesima sofferenza, Padre Benedetto rispose: “Tutto quello che avviene in voi è affetto di amore, è prova, è vocazione a corredimere e quindi fonte di gloria. (…) Il fatto della ferita compie la passione vostra, come compì quella dell’amato sulla croce. Verrà forse la luce e gioia della resurrezione? Io lo spero, se a lui così piace. Baciate la mano che vi ha trasnverberato e stringetevi dolcissimamente cotesta piaga che è suggello d’amore”.
Antonella Sanicanti
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