Non rendiamo vana la passione di Cristo.

 

 

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Anticipiamolo: quello che ha detto e continuerà a dire all’uomo d’ogni tempo, e cioè che è la realtà di Cristo che ci salva.Dobbiamo accoglierLo, noi che siamo peccatori, perché a noi è mandato, per noi deve morire e il suo olocausto diventa salvezza.

Questa certezza non ci umilia, ma ci rende capaci di conoscere il mistero di Gesù, di amarlo ed amandolo, trovare tutte le spiegazioni che la vita domanda, affrontare le prove che la vita impone, vedere la nostra speranza crescere, la nostra fiducia aumentare, la nostra pace diventare piena.La ragione della morte del Signore è il nostro peccato.Bisogna che il senso del peccato ci prenda, solo così possiamo entrare nella ricchezza inesauribile della Passione, capirla e parteciparla.La dobbiamo partecipare sia per il dolore che esprime, sia per il mistero che realizza. La Passione trasfigura tutta la sofferenza umana ed è incitamento potente ad una continua conversione del cuore.

La passibilità di Gesù – la Sua disponibilità a patire – ci serve per conoscere meglio noi stessi; il miglior esame di coscienza, lo facciamo non chiudendo gli occhi per analizzarci in senso psicologico, ma spalancandoli davanti a Lui e lasciando che la Sua luce ci mostri chiaramente chi siamo.

Nella verità della Croce è racchiusa tutta la Verità dell’uomo, la misura della sua grandezza, la sua debolezza, il suo prezzo.Oggigiorno però, l’essere cristiani può sentirsi più difficile. Non c’è nessuno che non soffra questa nostra società, e per una gran parte delle persone con ansia se non addirittura, a causa del loro ateismo, con disperazione. Oggi è potente l’odio per il prossimo, non l’amore! Perché viviamo in una società in notevole parte scristianizzata. È còmpito preciso di ogni cristiano contribuire ad evangelizzare questa società.Oggi come ieri, intorno a noi credenti ci sono segni, mezzi potenti che ci conducono a Dio!La creazione… San Paolo nella Lettera ai Romani scrive: “siamo inescusabili a non credere, perché l’invisibile perfezione e carità sono perfettamente visibili nella bellezza delle cose create”.

Il Segno della Croce: è in noi la Trinità, è in noi la Passione, la Morte, la Risurrezione di Cristo.Oggi abbiamo portato un segno della Passione, un Cristo sofferente…(a questo punto i due autori-coniugi mostrano un Cristo ricevuto in dono a suo tempo per le loro nozze d’argento, opera del caro amico Padre Charles Jegge, trappista eremita de “Il Prietto Monastico di Indiritto” – salito a Dio il 31 ottobre 1995 -)

Questo Cristo, lavorato alla forgia con un piccolo martello è un segno visibile della meditazione d’un monaco sulla Passione.

Questo Cristo è stato sul davanzale della sua cella per anni… Vicino, una piccola Vergine e un fiore fresco, uno solo… Quante messe, quante adorazioni silenziose, quante lacrime, quante conversioni…!

Questo Cristo non ha la Croce: al momento di donarlo il monaco lo ha messo così… La Croce siamo noi… Di fronte alla Croce di Cristo dobbiamo vergognarci di non volere le nostre croci: devono essere usate per la salvezza di altri.La Croce va portata bene, non trascinata.Albero dai ricchissimi frutti – arma potente – bastone dei deboli – guida degli smarriti – salute dell’anima e del corpo – albero della vita eterna.

La strada della santità passa per la Croce.Nella nostra vita la Croce si presenta in modi molto diversi: malattia, povertà, stanchezza, dolore, disprezzo, solitudine…

“Prendete il mio giogo sopra  di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt, 11, 28-30)I patimenti di Cristo ci persuadano a rifuggire ogni forma di imborghesimento, di indolenza e ravvivino il nostro amore allontanando la tepidezza.Ecco cosa scrive sulla sofferenza Karol Wojtyla, ancora arcivescovo di Cracovia, e nostro Papa:

La sofferenza non purifica l’uomo meccanicamente; non sempre e non in ogni forma la sofferenza porta al bene; a volte costituisce un’ulteriore occasione di male (per esempio, la miseria che porta al furto e alla prostituzione).La sofferenza legata alla purificazione morale dell’uomo resta un mistero…Sembra che l’uomo nella sofferenza colga meglio il senso delle proporzioni, viva più profondamente la fragilità della sua esistenza, il mistero della Creazione, la responsabilità per la vita, il senso del bene e del male, l’inesprimibile maestà di Dio.

Una delle leggi della sofferenza consiste nella solitudine dell’uomo, e quando questa solitudine diviene luogo d’incontro dell’uomo con Dio, allora la dimensione purificatrice della sofferenza si apre in tutta la sua pienezza. (Karol Wojtyla, Segno di contraddizione, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, 1977)

Contempliamo la solitudine di Gesù nell’orto

“Se ne andò come al solito al monte degli ulivi” (Lc, 22, 39).

“Prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni” (Mt, 26, 37).

“Restate qui e vegliate con me” (Mt, 26, 38).

Getsemani, luogo di grande solitudine per Gesù. L’essenza della Passione di Gesù nei Getsemani rimane nascosta agli occhi dei discepoli che si erano addormentati per la stanchezza.Rimane nascosta anche a molti uomini oggi. I discepoli siamo noi. Il sonno è l’abbandono della vita di pietà ed è l’immagine della nostra debolezza: il Signore non trova in noi un sostegno perché non lo amiamo abbastanza. Quante volte rifiutiamo di partecipare all’amore di Cristo! Anche per piccole cose, che costerebbero nulla: preferiamo scegliere il nostro comodo, con la scusa della fretta o delle troppe cose da fare, e lasciamo il prossimo nella sua solitudine.La SOLITUDINE del Maestro ha accresciuto la sua sofferenza interiore.

“Potete bere il calice che io sto per bere?”

Il calice è simbolo di amicizia, di condivisione. Quello del Signore è un calice amarissimo… le cose belle costano care e nessuno può regnare con Cristo se prima non lo ha seguito nella sua Passione.

“Padre, se è possibile passi da me questo calice…  non come voglio io, come vuoi tu” (Mt 26, 39).

Questa preghiera è un incontro tra la volontà umana di Gesù e la volontà di Dio, è un frutto particolare dell’obbedienza del Figlio al Padre. L’obbedienza non è rinuncia alla propria volontà: è “volere” la volontà del Padre, è ascolto spirituale verso l’Amore: la grandezza dell’Amore si esprime nel sacrificio, nel dono di sé.

Anche per noi oggi ci sono momenti in cui costa affidarsi alla volontà di Dio in avvenimenti che non riusciamo a comprendere: il Signore ci chiede di non limitarci a coltivare una sicurezza umana, ma di custodire una speranza soprannaturale.

Come dice Sant’Agostino, la nostra mente limitata non può comprendere l’infinità del Signore…

A volte il dolore può far vacillare la fede. È inutile in questo caso cercare di convincere chi soffre: ci sono momenti di quiete in cui la ragione, appoggiandosi a Cristo, troverà la sua forza.

“Come l’argilla nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa d’Israele” (Ger. 18, 3) Lasciamoci modellare e rimodellare da Dio tutte le volte che è necessario.

“Vigilate e pregate per non cadere in tentazione” (Lc 22, 45) Le parole di Gesù diventano un rimprovero che ci tocca da vicino.

… dobbiamo colmare quell’ora perduta, durante la quale Gesù rimase solo nei Getsemani. Il desiderio di colmare quell’ora diventi il bisogno del nostro cuore. “Vegliate!”, esorta Gesù. La preghiera dei Getsemani dura ancora, il Signore aspetta la nostra corrispondenza: di fronte a ogni prova l’uomo deve sapere partecipare alla preghiera di Cristo Signore. Questa preghiera, che è rimasta inesaudita secondo il criterio e il ragionamento umani, ha segnato l’inizio dell’opera di Redenzione a cui l’uomo e il mondo attingono sempre:

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie” (Is, 55, 8).E così la preghiera dei Getsemani è esaudita.