Molte donne islamiche ci chiedono aiuto: non dimentichiamolo mai

Molte donne islaminche, anche nel nostro Paese, sono ridotte a schiave
Dolore delle donne musulmane sottomesse

“Io, Amani, sepolta viva in Siria, ho riconquistato in Italia la mia libertà”.
A parlare è una giovane donna di 23 anni, Amani El Nasif, già madre di una bambina.
Attualmente vive a Bassano del Grappa e parla del suo libro “Siria Mon Amour”, raccontando l’orrenda storia di crudeltà, costretta a vivere, per mano dei suoi stessi familiari; descrivendo i motivi per cui, allontanandosi all’estremismo islamico, abbia riacquistato una propria identità.

In effetti, lei era nata ad Aleppo, ma è poi cresciuta in Italia.
La mamma la convinse a tornare in patria, per un brevissimo periodo, per risolvere problemi burocratici, quando scoprì che la sua vita era stata predestinata.
La trasformarono in una donna islamica, coperta dalla testa ai piedi, perché sarebbe dovuta andare in moglie ad un uomo che era stato scelto per lei, un cugino, tra l’altro.
Solo la sua forza d’animo le ha permesso di sopravvivere alle tante violenze subite e di tornare in Italia.

“Mi piace l’Italia, mi piace da morire. Mi piaceva già prima di quello che mi è accaduto, adesso adoro ogni sua sfumatura, ogni suo vicolo, ogni suo terrazzino fiorito, ogni sua testimonianza di libertà. Perché, finché non te la tolgono, la libertà, non ti rendi nemmeno conto di averla”.
L’inferno per lei cominciò sei anni fa, quando aveva solo sedici anni, quando sua madre le comprò quel biglietto di sola andata per la Siria.
“Mi dicono: “E’ per un errore sul passaporto”. Una vocale sbagliata sul mio cognome. Se non ho i documenti in regola, non posso lavorare in Italia. Per questo devo andare in Siria: per sistemare una vocale. Non certo per morire”.

Lei non conosceva la Siria, fino a quel momento, e pensò di fare un interessante viaggio nel suo Paese di origine: “La Siria l’avevo conosciuta solo sui libri di scuola e su Google. La Siria dell’Eufrate, della Mesopotamia. Ero sicura che mi avrebbe affascinato con i suoi colori e i suoi silenzi. Mi presentai all’aeroporto in jeans bianchi, maglietta bianca, capelli piastrati, unghie dipinte di rosso e Ray-Ban nuovi. Avevo però dentro un vago senso di inquietudine”.

Arrivata a destinazione, trovò, pronti per lei, il velo e tre vestiti “da indossare uno sopra l’altro. Quello, da quel giorno, avrebbe dovuto essere il mio abbigliamento. Quel giorno ho scoperto che esistono mondi paralleli, che seguono la stessa linea del tempo. Io ero finita dentro uno di quei capitoli di storia, dove si parla di una popolazione remota, ormai estinta”.
Venne così a sapere dell’inganno organizzato dalla sua stessa famiglia.
“Scopro la verità. Mi dicono che sono stata portata in Siria per sposare un cugino, cattivo e violento, che non tornerò mai più in Italia, che dovrò vivere sottomessa. Dovevo diventare niente. Perché lì le donne sono niente”.
Passarono così 399 giorni, in cui -dice Amani- avrebbe preferito morire. Le donne degli estremisti islamici sono meno di un oggetto, sono completamente a loro disposizione e sono ritenute peccaminose, quindi da castigare, solo per il fatto di esistere.
“Le donne in Siria si sentono peccato nel vivere, si sentono peccato nel respirare. Si svegliano la mattina e pensano: ho già sbagliato perché non ho dormito con il velo in testa.

La donna deve vivere sottomessa e, se non obbedisce, viene picchiata a sangue, le donne devono stare sotto le scarpe degli uomini”.
Lei era vista come la donna musulmana cresciuta in occidente, che doveva essere rieducata, per poter diventare come era corretto essere. Lei cercava di ribellarsi, ma veniva puntualmente picchiata, poiché, in quando donna, non aveva alcun diritto di replicare.
Non poteva salutare gli altri, né sorridere; non poteva scegliere i propri vestiti, né presentarsi con un ricciolo fuori posto. Tutto ciò che di normale faceva in Italia le procurava severissime punizioni fisiche, finché, un giorno, ridotta in fin di vita, fu portata in ospedale.
Raccontarono che era caduta per le scale!

Ma l’orrore era ben lontano dall’essere al termine: il padre l’aveva messa all’asta, al miglior offerente, e lei, per cercare di liberarsi da quella situazione, tentò il suicidio. Cercò di tagliarsi le vene.
Racconta che, vedendo uscire il sangue dai suoi polsi, non provava più nemmeno dolore, tanto era la sua disperazione.
Poi, finalmente, uno spiraglio di speranza: uno zio la aiutò a partire per l’Italia, a lasciare per sempre quell’inferno e la sua famiglia.
Era finalmente e incredibilmente salva! Si è allontanata, così, da quell’islam, che induce le donne a rinunciare a se stesse.

Nel nostro Paese (lo conferma anche Amani, che ora lotta per questo) ci sono tante ragazze, che, come lei, saranno “vendute” dai propri genitori. Parlarne apertamente, forse, ne salverà qualcuna.
“Questo devono capire le ragazze che si trovano a vivere una situazione come la mia, devono tenere i denti stretti, devono esplodere di energia, di entusiasmo per la lotta. Io ero talmente piena di vita che non abbassavo la guardia mai. Per 399 giorni non mi sono mai piegata, anche se tutto il mondo era contro di me. Mi dicevo: non mi avranno mai”.

Antonella Sanicanti