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I migranti nel cuore del Papa: aperto un centro agricolo con 600 ulivi

E’ sempre viva la sollecitudine di Papa Francesco per il dramma dei profughi del Medio Oriente. E’ appena rientrato a Roma dalla Giordania il suo delegato,mons. Segundo Tejado Muñoz, sottosegretario del Pontificio Consiglio Cor Unum (il dicastero vaticano per la carità) che ad Amman ha partecipato all’inaugurazione del “Giardino della Misericordia”, un Centro agricolo con 600 ulivi, che darà lavoro ai rifugiati iracheni e siriani. Per volere del Papa, il Centro è stato finanziato con i soldi raccolti nel padiglione della Santa Sede a Expo 2015 di Milano. Presenti all’inaugurazione: il Patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal e il nunzio apostolico in Giordania e Iraq mons. Alberto Ortega Martin. Roberto Piermarini ha chiesto a mons. Tejado Muñoz come è nata questa iniziativa:

R. – Questa iniziativa è nata dalla raccolta fatta durante l’Expo di Milano, lo scorso anno, quando si è svolta l’Esposizione universale. Alla fine del percorso del Padiglione della Santa Sede, era stata messa una cassetta per lasciare offerte da dedicare ad un progetto umanitario. Da questa iniziativa sono stati raccolti circa 125 mila euro. Abbiamo allora chiesto al Santo Padre cosa volesse che venisse fatto con questi soldi e lui ha parlato dei rifugiati, di aiutare i rifugiati coinvolti nel conflitto del Medio Oriente. Quindi abbiamo deciso di attivare in Giordania – come Cor Unum, che è il dicastero della carità del Santo Padre – un progetto per aiutare proprio i rifugiati che arrivano sia dall’Iraq che dalla Siria e che sono il frutto di questo conflitto in atto in questa zona della terra.

D. – Sono previsti altri interventi di Cor Unum dedicati ai migranti del Medio Oriente, in particolare della Siria e dell’Iraq?

R. – Cor Unum è sempre in allerta e siamo sempre attivati. Abbiamo un tavolo di coordinamento – a settembre avremo la terza riunione – in cui riusciamo a mettere insieme tutte le agenzie che stanno lavorando, i nunzi apostolici, la Chiesa locale soprattutto e anche alcuni dicasteri della Santa Sede per vedere quale sia la situazione. Abbiamo anche attivato, per la Siria, un progetto di formazione per gli operatori che stanno svolgendo e realizzando dei progetti: e questa era una esigenza molto importante! Insomma, lavoriamo sempre, non ci fermiamo mai, anche perché questa è una situazione che si evolve costantemente. E ci sono poi tutti i rifugiati in Grecia, nei Balcani… E’ una situazione veramente molto complessa, che cerchiamo di monitorare, di aiutare, di coordinare. Però è  una situazione che cambia costantemente.

D. – Lei ha parlato di Chiesa locale: cosa sta facendo la Chiesa giordana per i migranti iracheni e siriani?

R. – E’ completamente impegnata e lavora in questo campo. In questo viaggio che ho fatto in Giordania, ho visto un coinvolgimento molto grande e non soltanto della Chiesa locale, ma anche delle Chiese di tutto il mondo. Dobbiamo considerare, infatti, che l’intervento della Chiesa non è soltanto questo piccolo progetto che il Santo Padre ha voluto fare in Giordania, ma è tutto il grandissimo lavoro che tutte le Chiese del mondo stanno facendo e stanno riversando sulla Giordania, sulla Siria, sul Libano, in Grecia… Ho visitato un centro sanitario finanziato dalla Caritas Germania; la Conferenza episcopale italiana sta cercando anche di finanziare il pagamento degli affitti delle case di queste famiglie. Bisogna considerare che in Giordania non ci sono tanti campi di rifugiati, se non lungo le frontiere, e quindi si tende a favorire che queste famiglie possano affittare una stanza o un appartamento e so che la Conferenza episcopale italiana sta dando un grandissimo contributo – attraverso l’8xmille – per cercare di provvedere al pagamento degli affitti di queste famiglie. E questo cosa vuol dire? Che la famiglia ha una dignità, non vive in una tenda; vive in una casa, in un appartamento, che magari viene condiviso tra due famiglie… Ecco, questo dà dignità! E’ quello che ha voluto fare questo progetto “Il Giardino della Misericordia”: dare lavoro a questa gente, perché questa gente non può vivere eternamente di un pacco che le viene dato. Se viene dato loro un lavoro, anche questo dà dignità. Questo è quello abbiamo fatto, dopo aver studiato la situazione in Giordania e dopo quello che abbiamo visto con la Chiesa locale: era quello che era meglio fare in questo momento.

fonte:radiovaticana

Emanuele

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