Il male non trionferà mai sul bene vediamo perchè?

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Utilizziamo subito, per la nostra breve meditazione il brano di Paolo ai Corinzi che è veramente una suggestiva sintesi dell’intera storia della salvezza di cui oggi celebriamo un mistero particolare. Paolo vide l’universo stretto dentro la morsa della morte, che è l’ultimo avamposto della potenza di quel male che l’Apocalisse descrive con la fiabesca immagine del drago dalle set­te teste con sette diademi.

Questa potenza del male noi oggi non amiamo descriverla con simboli mitici. Abbiamo un linguaggio più secolare, più laico. Però spesso siamo quasi costretti a ricorrere anche noi alle immagini antiche, per espri­mere la vastità, l’inesorabilità del male. Le potenze di ogni genere, quelle che culminano nei poteri politici e le altre che irrompono a volte come forze irrazionali dalle viscere dell’umanità sembrano alludere ad una ipo­stasi suprema del male che nella Bibbia è detta Satana. E d’altra parte c’è in noi come una esigenza di vita, di vittoria sulla morte che non è semplicemente la reazione della coscienza infelice di fronte all’onnipotenza del male: è come l’intuizione che dentro di noi c’è un disegno di vittoria sulla morte e sul male. Questa sicurezza può essere espressa con coscienza credente, ma può essere espressa anche con coscienza morale dagli uomini che non hanno fede. Questa intuizione che il male non deve vincere è, se ci pensiamo bene, una specie di disperata affermazione della dignità umana contro quella forza del male che sembrerebbe destinata a cancellare la dignità dell’uomo. Mi avviene spesso di cogliere, oggi, sulle labbra di persone serie accenti sconsolati sul futuro, come se fossimo alla chiusura dei conti. In realtà c’è in noi quello che un grande pensatore dei nostri tempi ha chia­mato « il Principio speranza », che non ha un fondamento razionale, perché è più forte della ragione stessa. Per me credente, è una specie di inconscia fiducia nel Creatore. Dio non permetterà che il male trionfi.

Questa esperienza di conflitto che noi viviamo in altro modo, ai tempi di Gesù veniva vissuta con immagini apocalittiche che affidavano poi al male una specie di provvisoria onnipotenza: questo mondo è sotto il prin­cipio di Satana. E la morte non veniva veduta come un naturale sbocco biologico della vita, ma come l’ultimo colpo dell’onnipotenza del male. La speranza cristiana in Gesù erompe come un glorioso Alleluja, perché la morte era stata vinta. La straordinaria coerenza della professione cristiana sta nel riconoscere che se la morte non e vinta, non parliamo di nessuna vittoria; che se la morte – questa ultima nemica, come la chiama Paolo con tanta forza e con tanta carica suggestiva, – non è vinta, allora tutte le nostre vittorie sono basate su fragili fondamenta. Basterà uno scossone perché le nostre conquiste umane cadano nel buio. I primi cristiani, e noi con loro, professavano che in Cristo la morte è stata vinta, e che le creature sono chiamate alla vita, e Cristo è la primizia di questa nuova esistenza che sarà manifestata quando il Signore tornerà. Poi sarà la fine e tutte le potenze avverse saranno poste sotto i pie­di del Signore.

Questa immagine della fine dei tempi ci richiama al mistero di oggi, al Mistero di Maria. Il pericolo di que­ste raffigurazioni cosmiche è che esse generino a loro modo una specie di alienazione. Ed è capitato, anche in forme grandiose, nella storia dello spirito umano (pensiamo ai manichei) come se noi, pusilli, gusci di noce nella tempesta, non avessimo poi gran che da dire di fronte a così vaste onnipotenze: quella di Dio da una parte e quella del male dall’altra; come se fossimo spet­tatori – innocenti in ogni caso – di forze che ci sovrastano. Questa è una alienazione religiosa molto frequente. La caratteristica del Vangelo è di combattere questa alienazione religiosa riconsegnando le sorti del conflitto alla fragilità delle nostre decisioni. L’infinito conflitto in realtà sta in un sì o in un no che noi diciamo. Le fughe della fantasia son costrette e riprendere le misure semplici dei nostri gesti quotidiani. Questa è l’umanità del Vangelo di cui, oggi in particolare, riscopriamo il significato profondo. Come il sacrificio eucaristico sostituisce il sacrificio dei capri, e il pane e il vino – le cose elementari della tavola – diventano segni supremi dell’amore di Dio per noi, e del nostro amore per Dio, così la dualità religiosa fra il sacro e il profano scompare e la vastità di Dio entra nei ge­sti normali del convivio. E così in Maria il conflitto fra il bene e il male si risolve in una sua umile obbedienza alla Parola di Dio che produce dentro di lei il mistero della presenza del Messia.

Questo brano di Luca in cui si parla di Maria che cammina e va da Elisabetta; di Elisabetta che la saluta con esultanza, e del frutto del suo seno che esulta dentro di lei per opera dello Spirito Santo, è una evidente trasposizione parallela del racconto del Vecchio Testamento in cui si dice che David fece trasportare l’arca dei Signore in un luogo da lui preparato e il popolo ricevette l’arca con canti e grida di esultanza. Maria è l’Arca: qui non abbiamo più il fasto dei riti, abbiamo una donna con un bambino in seno, quindi qualcosa non solo di naturale ma di radicalmente naturale. Non c’è l’arca santa ornata da tanti simboli complicati, c’è una donna che è madre e che va verso un’altra donna-madre. E il dialogo prima di essere delle voci è delle viscere. Elisabetta è piena di esultanza! Sentiamo che anche qui il dualismo scompare. Finalmente Dio cammina dentro lo svolgersi della natura umana. E noi riusciamo così difficilmente a percepire la forza e il senso di questa coincidenza, che abbiamo bisogno di ricreare la dualità! Direi che tutta la storia della fede è da una parte la riconquista di questa unità profonda per cui Dio è il pane e il vino della tavola, è il frutto del ventre di una donna; e dall’altra parte il bisogno di ri­creare a Dio uno spazio diverso da quello della vita umana.

E così, Maria era una povera fanciulla di Nazareth. Nessuno di noi l’avrebbe distinta dalle altre fanciulle in un paesino di emarginati. Ma la fantasia religiosa ha operato per fare di Maria una donna eccezionale in tutto e per tutto, anche in bellezza. L’opera di Dio nella creatura noi abbiamo bisogno di trasportarla nella eccezionalità. Dobbiamo oggi sforzarci per ritrovare e accettare il mistero di un Dio che si libera dai suoi con­notati per assumere forma di servo, camminando uomo fra gli uomini. Maria a tanto maggior ragione è una donna fra le donne. Qual è la sua singolarità? Essa ha creduto. Come dice Elisabetta: «Beata te, che hai creduto». Non beata te perché sei bella, santa, regina! «Perché hai creduto». Gesù stesso, quando una don­na, capostipite di tutte le donne devote, disse: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!» replicò: «No, beati coloro che ascoltano la Parola e la mettono in pratica. Costoro sono mia madre, miei fratelli, mie sorelle». Così egli eliminò ogni culto che passasse al di fuori di questa cruna d’ago attraverso cui anche noi dobbiamo e possiamo passare. Qual è questa cruna d’ago? quella che Gesù espresse quando disse: « Non la mia volontà ma la Tua volontà sia fatta». Il Getsemani è la sua cruna d’ago. E qual è la cruna d’ago che Maria attraversa? Quella della sua obbedienza alla Parola del Signore: «Sia fatto di me secondo la tua Parola».

E’ l’obbedienza nella fede che ci mette a contatto con l’opera di Dio che continua. Qual è questa parola di Dio? Che cosa ci chiede? Maria nel suo inno di esultanza, dice: « Egli guarda con bontà l’umile serva. Spie­ga la potenza del suo braccio per disperdere i suoi errori nei pensieri del loro cuore. Rovescia i potenti dai troni. Esalta gli umili, ricolma di beni gli affamati. Rimanda i ricchi a mani vuote …». Io so che cosa mi chiede il Signore al livello del progetto generale, salvo poi ad arricchire il progetto di scelte quotidiane. Io sono tra i privilegiati, però non sono accanto a coloro che sovrab­bondano di beni, ma con i poveri che hanno le mani vuote. Non cerco l’esistenza modellata sui poteri di questo mondo dominato dal drago dalle sette corone, ma sono con le vittime del drago. Se io scelgo questo stile di esistenza, per quanto mi è possibile, io sono nell’obbedienza a Dio, io entro nel mistero di Maria, nella sua peregrinazione di fede. Maria visse questa fede non come la immaginavano i teologi di altri tempi, anche recenti, che dicevano che Maria ebbe la conoscenza del suo destino e della gloria di Gesù figlio suo, fin dal primo momento. Era un modo di proiettare, nella concretezza del dramma di fede, la gloria successiva, escludendo così Maria dal dramma dell’umanità. La verità è che Maria visse il mistero di Gesù con inconsape­volezza. Essa non sapeva che cosa sarebbe avvenuto. Conservava nel suo cuore parole che la turbavano, e fu presente sotto la Croce come una madre che vede il supplizio del suo figlio. E’ entrata fino in fondo nella oscurità della vita. Per questo partecipa anche lei alla Resurrezione. E nel parlare della sua assunzione, invece di abbandonarci alla fantasia (perché appena si oltrepassa il mistero dell’al di là noi dobbiamo tace­re) non possiamo che adorare un mistero di cui non pos­sediamo le sillabe, ma solo i simboli. Noi affermiamo che essa è stata unita alla resurrezione del Cristo perché è entrata nell’oscurità della sua passione.

Queste parole si riversano nella nostra vita con una ricchezza di insegnamenti. Allora sappiamo che l’infinito conflitto tra il bene e il male entra nel piccolo momento del mio sì e del mio no. Io non devo scaricare su onnipotenze trascendenti il mio destino. Esso si gioca tutto dentro la mia obbedienza alla Parola.

Questa ricomposizione dei grandi misteri che mi abba­gliano nell’unità interiore del mio esistere è il mio stare dalla parte del Vangelo. Per questo Maria è la cristiana per eccellenza, la seguace del Figlio che io imito. Ciò che mi viene chiesto non è il gemito e il grido della devozione, ma la sofferta imitazione di ciò che essa ha fatto. Per meditare la sua gloria dobbiamo meditare la sua lunga passione di creatura obbediente, così come per meditare la Resurrezione è giusto cominciare col meditare la Croce. Se no, sbagliamo. Se no utilizziamo la luce della gloria per dispensarci dal nostro personale contributo, dal dispendio di amore necessario per entrare nello stesso destino del Cristo.

Padre Balducci