Madre Teresa | Il lato oscuro della Santa di Calcutta

Santa Teresa di Calcutta realizzò opere incredibili, frutto dello Spirito Santo ma conobbe altrettanto notevoli sofferenze esistenziali. Anche in questo, la sua vita è davvero unica.

Si è molto discusso della “notte della fede” di Madre Teresa di Calcutta (1910-1997). Cosa avvenne nell’animo di questa santa, di cui oggi si celebra il venticinquennale della nascita al Cielo?

Madre Teresa
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Una luce più forte di tutte le ombre

Quella di Madre Teresa fu una vita assolutamente specchiata. La sua santità convinse anche i più scettici e le poche critiche che le sono state mosse si sono rivelate fallaci e strumentali.

Non c’è nessun’opera realizzata dalla santa albanese che non abbia il sapore dello Spirito Santo, eppure chi la conosceva bene, non poteva notare in lei una malinconia latente, quasi una difficoltà a lasciarsi andare fino in fondo alla gioia che veniva da Dio.

Come accade nella maggior parte dei santi, anche in Madre Teresa c’era un background di sofferenza. Lei stessa non si lamentava mai e tutta la sua vita fu proiettata verso le sofferenze degli altri, mai sulle proprie.

Madre Teresa parlava poco di se stessa ed è anche per questo che un quadro più completo della sua vita è stato ricostruito per lo più dopo la sua scomparsa.

Infanzia dura

La perdita del padre, avvenuta quando Gonxha (così era chiamata in famiglia la piccola Agnes Bojaxhiu) aveva solo otto anni, aprì la strada alla bambina, alla madre e ai fratelli ad anni molto difficili, pieni di rinunce e sacrifici.

È in quelle circostanze che prende forma, in modo inizialmente poco definito, la sua vocazione e la sua opzione preferenziale per i poveri: anche Gonxha aveva conosciuto la povertà ma la sua innata umiltà la spingeva costantemente a guardare a chi stava peggio di lei.

L’India era entrata nel suo immaginario intorno ai quindici anni, quando Gonxha ne sentì parlare per la prima volta da un missionario, stabilitosi a quel tempo in Macedonia.

Quando poi Gonxha si era già fatta suora e in India ci era andata davvero, testimoniò una miseria e una violenza ancor peggiori di quelle che aveva immaginato. Nel frattempo, lei era diventata formatrice delle ragazze ricche di Calcutta ma questo ruolo le andava stretto.

Il desiderio di servire gli ultimi nasce da una profonda crisi interiore, in cui la religiosa sperimenta una difficoltà di discernimento mai percepita prima. È in questo tormento interiore che irrompe la sua più nitida esperienza mistica.

Quell’incontro nel 1948…

È Gesù in persona che è venuto a parlarle. Una locuzione interiore in cui si delinea in tutta evidenza la sua “vocazione nella vocazione”. Teresa andrà dai poveri: “Non posso andare da loro solo – le dice Gesù –. Non mi conoscono, non mi vogliono. Vai tu! Vai tu tra loro e portami con te”.

È ancora Gesù a indicare a Teresa il suo futuro: lascerà le suore di Loreto e fonderà una sua congregazione composta di suore indiane: esse si chiameranno “missionarie della carità” e andranno in soccorso degli ultimi tra gli ultimi.

Il cuore di Teresa era già centrato sui poveri ma, sul piano concreto, non si sentiva pronta ad uno slancio d’amore tanto grande. Non si sentiva degna. Quel colloquio mistico non fu soltanto la chiarificazione definitiva della sua vocazione. Si trattò in primo luogo di una grande consolazione.

È il 1948, Teresa ha 38 anni e da quasi venti è una suora. Mai come in quel momento si è sentita così piccola davanti a Dio e, al contempo, così amata. Quella che dovrà scalare subito dopo sarà probabilmente la montagna più imponente della sua vita. Lasciare la sua congregazione per fondarne un’altra. In un Paese impegnativo. Tutto da sola, con un unico aiuto: la Provvidenza.

Nostalgia di Dio, non crisi di fede

Non a caso, Madre Teresa si è sempre definita una “matita nella mani di Dio”, un mezzo per farGli realizzare le sue opere più belle. Nulla avrebbe potuto senza di Lui. Le realizzazioni dei decenni successivi, le migliaia di poveri e malati soccorsi, non sarebbero stati possibili senza la preghiera.

Eppure, per i successivi quarantanove anni, il morale di Madre Teresa non fu sempre alle stelle. In primo luogo, il compimento della volontà di Dio, l’aveva portata ad affrontare dei distacchi umani apparentemente insormontabili.

Lei stessa, fino alla fine della sua vita, compì cose grandiose eppure le permaneva nel cuore sempre la stessa dubbiosa amarezza di fondo: in tutto questo, Dio dov’è? Perché non mi parla più?

Come molti altri santi (si pensi a San Giovanni della Croce), Madre Teresa ha affrontato la notte oscura dell’anima: ricevere con gratitudine la carezza di Dio, seguita da un senso di abissale solitudine.

La santa albanese provò sempre nostalgia per quel colloquio con Gesù del 1948. Quel momento era valsa tutta la sua vita. Tutto ciò che venne dopo, a confronto, le era sembrato nulla.

Quella che lei ha vissuto può essere definita certamente una forma di “aridità spirituale”. Sarebbe, però, un errore madornale parlare di una “crisi di fede” di Madre Teresa, come alcuni commentatori hanno azzardato alcuni anni dopo la sua morte.

Al contrario, è stato proprio in questa “notte oscura” che la sua fede si è rafforzata. Per credere in Dio e adempiere alla sua volontà, non è necessario provare “sensazioni forti” di gioia o di sorpresa.

La preghiera migliore non è quella che, sul momento, ci rende più lieti ma quella in cui ci siamo mostrati più disponibili al Suo ascolto, anche ricavandone l’impressione di un desolante silenzio.

L’aridità spirituale fu quindi quell’ostacolo che permise a santa Teresa di Calcutta di maturare ogni giorno nella sua fede. Senza sentimentalismi, né misticismo, la religiosa imparò a riconoscere la presenza di Dio nella sua vita, nei poveri che incontrava e nelle opere di carità, che, a poco a poco, prendevano forma.

Aveva incontrato Gesù e il fatto di non aver più sentito la sua voce con le sue stesse orecchie era davvero troppo poco per rinnegare quell’incontro o per definirlo il frutto di un’illusione.

Un eccezionale merito di Madre Teresa è stato quello di non fermarsi alle percezioni del proprio cuore fragile ma di af-fidarsi completamente a Dio, nella sua apparente lontananza. È anche questo che l’ha resa così grande e santa.

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