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L’unzione degli infermi o estrema unzione, quando viene somministrata?

La dottrina sul sacramento dell’unzione del Concilio di Trento è, come sempre, quanto mai chiara, precisa e dettagliata. Nell’analisi procederemo, come di consueto, ad una breve sintesi dottrinale del decreto (Denz 1694-1700) e, in un secondo momento, all’esposizione e al commento dei canoni sull’unzione (Denz1716-1719).
L’estrema unzione è anzitutto presentata come “perfezionamento” non soltanto del sacramento della penitenza, ma di tutta la vita cristiana che “deve essere una perpetua penitenza”. Già quest’affermazione sarebbe alquanto da meditare, in un tempo – come quello in cui stiamo vivendo – che non solo sembra aver quasi totalmente smarrito il senso della penitenza cristiana, ma, attraverso la voce di più qualcuno, giunge a negarne la necessità e perfino, nei casi più estremi, l’utilità per la vita cristiana. Appoggiare simili posizioni significa alienarsi dal genuino pensiero autentico della Chiesa, trasmesso dal magistero e dai santi.
Il senso dell’istituzione di questo sacramento da parte di nostro Signore è quello di “proteggere la fine della vita con una fortissima difesa”, sulla base della convinzione di fede che se è vero che “il nostro avversario, per tutta la vita cerca e coglie ogni occasione per divorare”, moltiplica e concentra i suoi sforzi proprio nel momento della morte, per portarsi un’anima all’Inferno. Anche questa seconda considerazione, ahimè, potrebbe addirittura suscitare l’ironia di qualcuno, dal momento che non sono rimasti in molti a credere nell’esistenza e nell’azione del demonio, nell’esistenza e reale possibilità dell’Inferno e di un’eterna dannazione e soprattutto nel fatto che il nemico della nostra salvezza lavora incessantemente, giorno e notte, come “leone ruggente” per la nostra perdizione. La stragrande maggioranza dei fedeli – parlo con esperienza di parroco in cura di anime – muore senza il conforto e l’aiuto dei sacramenti, perché l’unica preoccupazione dei familiari sembra essere quella di illudere il moribondo che vada tutto bene e che la morte sia ancora lontana, cosa che crollerebbe “se vedesse arrivare il prete”. Dopo “morti di tal fatta” – in gran parte di persone certamente brave ma completamente estranee ad una vita di fede e alla pratica dei sacramenti – tocca sentire in molte omelie funebri una sorta di panegirico o addirittura “canonizzazione anticipata”, pronunciata tranquillamente sulla base della solita nefasta dottrina della falsa misericordia che dà più clienti all’Inferno di quanti non gliene procuri il dilagare impressionante del peccato. Anche qui, il sentire comune attuale stride pesantemente con l’autentico e vero “sensus Ecclesiae”, che era informato da ben altri parametri, da altre convinzioni e altri modi di agire.
Il fondamento di questo sacramento è individuato in forma adombrata nel gesto di ungere i malati che Gesù ordinò di compiere gli apostoli mandati in missione (Mc 6,13) ed è invece chiaramente esplicitato nelle raccomandazioni di san Giacomo apostolo che invita i malati a chiamare i presbiteri della Chiesa per farsi ungere con olio e ricevere la loro preghiera (Gc 5,14ss).
Molto interessante è la descrizione degli effetti che produce questo sacramento: la remissione dei peccati e dei residui di peccati di espiare; la trasmissione della forza e della fiducia nella divina misericordia all’anima del malato; la trasmissione di un grande sollievo per sopportare più facilmente e serenamente le pene e le sofferenze della malattia ed offrirle in espiazione; la grazia di saper resistere alle ultime e terribili tentazioni del demonio. Effetto accidentale, ma in alcuni casi reale, è il riacquisto della salute del corpo, se ciò giovasse alla salvezza dell’anima secondo il volere dell’Altissimo.
Le ultime considerazioni riguardano il ministro di questo sacramento, che deve essere solo e soltanto il sacerdote validamente ordinato e il tempo di amministrazione di questo sacramento, che deve essere conferito solo in presenza di una malattia grave che renda possibile o imminente il pericolo della morte, motivo per cui era tradizionalmente chiamato “sacramento dei moribondi”. L’attuale disciplina consente qualche margine un po’ più ampio (per esempio amministrare il sacramento prima di un intervento chirurgico che potrebbe essere molto pericoloso), ma è comunque sommamente da biasimare come grave abuso la prassi (invalsa – a quanto pare – in più di qualche Parrocchia) di amministrare collettivamente questo sacramento durante la Messa facendo portare in Chiesa i malati (soprattutto in occasione della giornata mondiale del malato) e dando a ciascuno di essi singolarmente l’unzione. Questo sacramento va amministrato solo ai malati gravi in possibile pericolo di vita, non ai malati lievi oppure alle persone colpite in forma cronica da qualche invalidità, malattia o infermità. Auspichiamo che le competenti autorità ecclesiastiche, che già da qualche parte hanno opportunamente denunciato tale prassi come abuso, si affrettino ad eliminarlo del tutto, per la gloria di Dio e l’autentico bene delle anime.
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