L’ordine della carità secondo s. Tommaso

 

 

L’ordine della carità secondo s. Tommaso
s, Tommaso d’Aquino

Se c’è un punto in cui la teologia di san Tommaso (1225-1274) si contrappone frontalmente alla teologia cattolica contemporanea, questo punto si trova nell’ordine della carità. Dio è amore, come insegna l’apostolo prediletto, Deus charitas est. Ma Dio è altresì verità e giustizia. Deus veritas est.

La carità di Dio è inseparabile dalla verità, cioè dal giusto rapporto tra l’amante, l’amore e l’amato. Sotto la parola amore vanno, specialmente oggi, cose magnifiche e santissime, e sentimenti effimeri o abominevoli.

Come la volontà procede dalla ragione, così l’amore stesso deve procedere dalla conoscenza dell’oggetto amato, e dalla vera nobile essenza dell’amore, che supera il mero sentimento amoroso sterile, vano, impreciso e amorale.

L’amore secondo ragione e secondo religione assurge al livello di vera carità. E l’amore umano è tanto più retto, più nobile, più gratuito, più perfetto e più elevante per chi lo vive, quanto più si ispira all’amore di Dio per gli uomini.

Ma tornando ora al tema dell’ordine della carità, cosa fa difficoltà in esso? E anzitutto, cosa si intende per “ordine della carità”? Vediamolo. La carità cristiana benintesa è l’amor di Dio e l’amor del prossimo (e di noi stessi) per amor di Dio. Dunque “è necessario che negli esseri che sono amati con la carità si riscontri un certo ordine in rapporto al primo principio di questo amore, che è Dio” (a.1).

San Tommaso con il suo magnifico metodo razionale e sillogistico stabilisce alcune importanti acquisizioni teologiche in ordine a questo amore universale sì, ma né generico, né indifferenziato: la preferenza e la predilezione sono secondo natura e secondo ragione, e non vanno assolutamente superate. Sarebbe insana quella carità che mette sullo stesso identico piano l’amore per il figlio e quello per l’estraneo.

Vediamone alcuni esempi tratti dalla Summa Theologiae (II-II) mettendo tra parentesi per ogni sentenza tommasiana l’articolo della questione 26 in cui il santo spiega la questione, per poi fare le riflessioni che si imporranno. Sono sentenze che esprimono la luminosità del pensiero medievale: chiare, nitide, architettoniche poiché esse aiutano il fruitore a costruirsi una vita buona e ordinata, una vita secondo Dio.

Dio deve essere amato più del prossimo (a.2). Dio deve essere amato più di noi stessi (a.3). L’uomo deve amare se stesso più del prossimo (a.4). L’uomo deve amare il prossimo più del proprio corpo (a.5). Tra i prossimi alcuni sono da amarsi più di altri (a.6). L’uomo deve amare più i propri congiunti che le persone più buone (a.7). L’uomo deve amare più di tutti coloro che gli sono uniti per vincoli di sangue (a.8). L’ordine della carità rimane anche in paradiso (a.13).

Ci vorrebbero tempo, spazio e capacità che noi non abbiamo per analizzare, spiegare e motivare tutte queste massime tomistiche. A noi preme difendere l’essenziale, ovvero l’esistenza di un ordine della carità, e questo proprio perché oggi esso viene frontalmente negato dalla teologia insegnata nelle Università e nei centri di cultura cattolica. Così ci limiteremo alla spiegazione dell’articolo 1, sull’esistenza dell’ordine della carità, e all’articolo 6 che è il fondamento dei restanti articoli.

Oggi, l’uguale natura umana tra gli uomini, porta moltissimi ad immaginare che essi siano per questo tutti assolutamente uguali e che l’uguaglianza di trattamento sia, specie nella visione cristiana del mondo, sinonimo di giustizia. Ma il possesso della stessa natura umana, che ci rende fratelli, non ci fa né totalmente uguali, né identici, né di pari autorità, virtù e dignità (morale) davanti a Dio. Tutte le differenze che Dio stesso ha stabilito tra uomo e uomo debbono essere ben considerate quando si parla di queste cose. E così, per esempio, il padre (che deve guidare la famiglia) non è uguale al figlio (che deve essere guidato dal padre), né la madre (che deve educare) è uguale alla figlia (che deve essere educata, per educare a sua volta un giorno…). E neppure il padre, capo della famiglia secondo la natura e secondo la Scrittura, è uguale alla madre (cuore della famiglia e regina della casa). Il laico – nella Chiesa ovvero nella comunità dei battezzati – non è uguale al sacerdote, né il bambino – nella società – è uguale all’anziano, né il santo è uguale al peccatore. E così via. Il mondo davvero è bello perché è vario, ma se c’è varietà ci vuole gerarchia e distinzione, altrimenti c’è caos, individualismo e anarchia.

L’articolo 1 della questione 29 insegna che la carità ha un ordine, e un ordine molto preciso. A volte si opina che l’amore sia cieco, sia mero sentimento irrazionale e come tale non abbia alcun principio guida che lo regoli. L’Angelico crede l’opposto. Ed a pensarci bene, questo è di razionale evidenza. La grazia non abolisce quell’ordine della natura che ha sempre Dio come autore. Se un padre di famiglia amasse i figli degli altri come i propri, cosa diremmo di lui? E se una moglie amasse un amico alla pari di suo marito? E se un Papa preferisse i lontani senza fede ai fedeli, spiritualmente e dunque realmente figli suoi?

Da mille esempi banali si vede che la carità deve avere un ordine. Ma la carità cristiana inizia da Dio e a Lui termina, e dunque è Dio il principio regolatore della carità da esercitare in atto. Certi cristiani mondani dichiarerebbero con fierezza di amare la moglie, o i figli, o i genitori, o gli amici, o i poveri, più di Dio, non rendendosi conto di compiere così una palese ingiustizia. Altri credenti più conservatori ammetterebbero volentieri di amare la propria moglie più delle altre donne o la propria mamma più della altre, ma vedrebbero in queste disposizioni delle imperfezioni da correggere. Ma per san Tommaso queste non sono delle imperfezioni, ma delle congrue applicazioni dell’ordine della carità. Diffondiamoci ora un po’ di più sull’articolo 6 che s. Tommaso intitola così: Se tra i prossimi alcuni siano da amarsi più degli altri. Come al solito l’Aquinate presenta 3 argomenti che sostengono il contrario del suo pensiero. Poi cita una sentenza o un detto di un’autorità (biblica, patristica o filosofica) che ribalta le affermazioni iniziali. Quindi spiega dove si trovi la verità. E infine scioglie i 3 argomenti (falsi) citati all’inizio.

I 3 argomenti a favore dell’uguale amore che si dovrebbe a tutti sono i seguenti. 1) S. Agostino ha scritto: “Si devono amare ugualmente tutti gli uomini”; 2) il motivo di amare il prossimo sta in Dio, e quindi essendo Dio uno e unico, tutti dovremmo amare allo stesso modo; 3) lo scopo dell’amore del prossimo è il desiderio della vita eterna, ma questo bene lo dobbiamo auspicare per tutti, dunque dobbiamo amare tutti allo stesso modo. Ma la Parola di Dio, secondo Tommaso, insegna il contrario. Nel Levitico ad esempio, “si comanda di mettere a morte chi avrà maltrattato il padre o la madre”, quindi l’amore che dobbiamo ai genitori è più grande di quello che dobbiamo agli altri, esterni alla famiglia. A colpa più grande infatti corrisponde pena più grande. S. Tommaso si limita alla citazione del Levitico, di suo sufficiente, ma molti passi del NT potrebbero suffragare ulteriormente l’assunto. Gesù stesso infatti amò Giovanni più degli altri Apostoli, e amò gli Apostoli più dei discepoli, e i discepoli più dei lontani. E certamente amò sua Madre più di tutte le donne della terra. Dio poi non ama tutti i beati allo stesso modo, né ama i beati come i dannati, etc.

Nella sua spiegazione, l’Angelico nota che due opinioni ci furono circa l’amore dovuto al prossimo. Una insisteva sull’amore uguale per tutti i prossimi, l’altra sull’ordine della carità. La prima è falsa, la seconda è vera. Si dimostra così: “Infatti l’amore di carità, che è la tendenza propria della grazia, non è meno ordinato dell’appetito naturale [nel senso di affetto naturale], che è la tendenza della natura: poiché tutte e due queste tendenze derivano dalla sapienza divina”. Quindi come l’istinto ci dice di occuparci prima dei nostri figli e poi dei figli altrui, così l’amore soprannaturale infuso da Dio nei nostri cuori, ha una medesima logica: anche la logica dell’istinto infatti, perfino dell’istinto animale, viene da Dio. “Dobbiamo quindi concludere che anche affettivamente tra i prossimi alcuni vanno amati più di altri”. Qui s. Tommaso confuta le 3 argomentazioni contrarie. Alla n. 1, risponde osservando che dobbiamo amare ugualmente tutti gli uomini, nel senso di Agostino, in quanto a tutti desideriamo lo stesso bene, ovvero la beatitudine; ma “un amore può essere più grande per una maggiore intensità dell’atto. E in questo senso non è necessario amare tutti ugualmente”. Quanto alla obiezione n. 2, s. Tommaso nota che “Non tutti i prossimi sono uguali in rapporto a Dio, ma alcuni sono a lui più vicini, per una maggiore bontà. E questi meritano di essere amati con la carità più degli altri, che sono meno vicini”. La obiezione 3 è fallace perché tiene in conto solo del bene che desideriamo agli altri che può essere identico (il paradiso) senza che la carità che esercitiamo verso i prossimi sia essa stessa identica.

La conclusione mia è che è bene stare molto attenti nell’interpretazione della Scrittura. Davvero essa è così santa che a volte per insufficiente comprensione nostra, o cattiva formazione razionalistica o fideistica, richiamo di manipolarla facendole dire ciò che essa non dice. Molti teologi insegnano ex cathedra l’inesistenza dell’ordine della carità e dicono che questo è l’insegnamento di Cristo. Ma questo è falso e ingiurioso per il Maestro il quale, essendo perfettissimo, non ama tutti gli uomini allo stesso modo, né in stato di via, né nella patria beata. Un amore assoluto e indifferenziato di Dio per gli uomini (a prescindere dai meriti), o del cristiano per gli altri uomini, è uno dei segni più certi della mentalità relativistica e sincretistica egemone. Infatti chi così parla, non accetta che Dio sia giudice, che punisca alcuni (ma non tutti), che abbia creato l’inferno, che permetta la più grande malattia di uno rispetto ad un altro, etc.

E infondo non accetta l’esistenza di leggi morali che distinguano una condotta buona da una cattiva: siamo e restiamo tutti assolutamente diversi, e questo è un gran bene! In sintesi chi non accetta l’ordine della carità non accetta Dio come Lui è, e se pure usa la parola Dio, parla di un dio debole e tutto-umano che non esiste e verso cui dobbiamo essere tutti atei, se vogliamo restare cristiani.

Fabrizio Cannone