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L’Islanda vuole sopprimere i bambini down

Quelli che offrono consigli e conforto psicologico alle donne in gravidanza, che hanno appena saputo di portare in grembo un feto con anomalie genetiche, dicono: “Parlo loro prima che prendano la decisione, se concludere o continuare la gravidanza.”. “Questa è la tua vita e tu hai il diritto di scegliere come sarà la tua vita.”. “Pensiamo all’aborto come a qualcosa che ponga fine a quelle che potrebbe essere grandi difficoltà, prevenendo sofferenza per il bambino e la famiglia.”. 

E così l’Islanda, con ogni probabilità, sarà la Nazione detentrice di un record (che si contende con la Danimarca) di cui non andare affatto fieri: mira ad essere il primo Paese in cui non nasceranno più bambini Down! Accade, non perché qualcuno abbia miracolosamente trovato una cura per l’anomalia genetica che la Trisomia 21 comporta, ma perché quasi il 100% delle donne che, dal test prenatale, rivelano una qualche anomalia cromosomiche nel feto, decidono di abortire, di non far nascere il loro bambino.

Al momento nascono un paio di ragazzi Down all’anno in Irlanda, solo perché i test non sono sempre precisi, ma lo scopo dei medici, delle campagne pro aborto e della madri sembra proprio quello di arrivare a quota zero bambini Down!

Gli screening, in gravidanza, sono sempre più semplici e accessibili, per cui, almeno in Islanda, sono richiesti dall’85% delle donne incinte. Questo, di per se, non è affatto un male, anzi, la prevenzione è sempre utile, ma, in questo caso, diventa un pretesto per controllare le nascite e decimare i portatori di handicap.

Dall’Italia, grazie a Dio, possiamo rispondere con le considerazioni di tante donne che, invece, lottano per dare informazioni precise e ridurre a zero i dubbi e le preoccupazioni di chi si prepara ad accogliere un bambino Down: Antonella Falugiani (Presidente italiano di Coordown e madre di una ragazza Down di 18 anni), dice: “La coppia deve poter avere tutti i dati per compiere una scelta consapevole.”, mentre sua figlia Irene, è arrivata a parlarne a New York, alle Nazioni Unite; la neurologa, Matilde Leonardi, spiega: “In Italia un neonato ogni 1.200 ha questa sindrome. Nel 1929 la loro aspettativa di vita era di dieci anni, ora è sui 60 anni.”; Martina Fuga, blogger e scrittrice, afferma: “Da mamma queste notizie sono un colpo al cuore. Non può essere la scelta sociale di un Paese. E’ giusto poter decidere, ma conoscendo. Come sarebbe bello se si lavorasse su una cultura dell’inclusione e sulla ricerca per avere un mondo migliore.”.       

Lo desideriamo un po’ tutti noi, che crediamo nella bellezza e nella forza della vita, a prescindere dalle difficoltà o dalle problematiche in cui dovrà essere vissuta.

 

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