L’INFERNO NON È VUOTO. CI SONO DUE STRADE DAVANTI A NOI..

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L’INFERNO NON È VUOTO. LE DUE STRADE

Santa Caterina da Genova ci dice: Quando sento dire, Dio è buono, ci perdonerà, e intanto si continua a fare il male, quanta tristezza provo per quelle anime che ignorano cosa le attende nell’eternità.

« Entrate per la porta stretta, perché lar­ga è la porta e spaziosa la via che mena al­la perdizione, e molti sono quelli che entra­no per essa! ».

« Quanto angusta è la porta e stretta la via che mena alla vita, e quanto son pochi quelli che la trovano! » (Mt. VII. 13). Con queste parole evangeliche, Gesù in un’altra visione si degna mostrare alla sua fedele serva Abadessa Baij, le due strade che conducono alle due eternità.

« Vedi Maria questa grande strada, che poi si divide in due. Una erta e spinosa che termina al cielo, e l’altra larga e fiorita che va a terminare nell’abisso infernale.

La strada così vasta che tu vedi è la strada dove camminano tutti i mortali dal principio della loro vita sino all’uso della ragione e nello stato dell’innocenza. Ma appena son giunti all’età della ragione (per la legge di Dio essa è di 7 anni compiuti) e sono capaci di malizia e peccato, virtù e opere buone, questi allora entrano in una di queste due strade, né possono farne a meno, perché sino a questa età dura la strada comune. Poi si divide, ed ognuno sceglie lo stato che vuol tenere, la via che vuol seguire, cioè o lo stato di Innocenza, e questi si sceglie la via aspra e dura ai sensi, ma invero molto dilettevole e gustosa allo spirito. « Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero » ( San Matt. 12-7).

Oppure si sceglie lo stato di colpa o mali­zia, la via larga e spaziosa, molto dilettevole alla vista ed al senso, ma invero assai aspra ed amara allo spirito.

« E perché questa via così larga e bella è tutta piena di fiori e quella erta ed angusta è tutta lastricata di spine? » chiede Maria Baij.

« O figlia – risponde Gesù – vedi quei fiori quanto allettano e quanto vaghi sem­brano alla vista! Or sappi, che tra quei fiori vi son mischiate spine acutissime, velenosi animali che mordono chi li calca.

All’incontro vedi quelle spine di cui è la­stricata la via che conduce al cielo. Quelle sono spine senza punta, perché le ho calca­te prima Io in tutta la loro asprezza, ed ho lasciato ai miei seguaci il facile e dilettevole; onde quelle spine non pungano più, ma son dilettevoli e gustose alle anime amanti.

Tra quelli che camminano per la via aspra ed angusta vi sono i loro Angeli Custodi, che li vanno confortando, asciugando il su­dore degli sforzi e delle penitenze per evitare il peccato, li consolano nelle afflizioni, li ani­mano nella sofferenza, li sostengono affinché non cadano, li accompagnano sempre, né mai li lasciano.

Per il contrario, tra quelli che corrono per la via che conduce all’inferno vi sono dei demoni, che li vanno sferzando, dando loro travagli, amarezze, rancori, ed altre in­quietudini, per indurli alla disperazione, ché finché vivono sempre stanno con timore di perderli, e poi è proprietà del nemico inter­nale strapazzare i suoi seguaci come padro­ne crudele e tiranno feroce. Guai a chi vive sotto il suo dominio. A quante miserie e disgrazie è soggetto. Anzitutto alla perdita irreparabile dell’anima, la disgrazia maggiore ,che possa avere un’anima, quella cioè di perdere il suo Dio per sempre, il più crudele tormento dei poveri dannati »

Per me si va ne’ la città dolente,

Per me si va ne l’eterno dolore,

Per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina potestate,

la somma sapienza e l’primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non eterne, e io eterna duro.

LASCIA TE OGNI SPERANZA VOI CH’ENTRATE ! »

Dante. Canto III

L’inferno si può sbagliare a disegnarlo e descriverlo, ma non si esagera mai. E’ come un coltello. Fintantoché il coltello giace sul­la tavola, lascia freddi. Si vede quanto è af­filato, ma non lo si prova. Immergi il coltel­lo nella tua carne ti metterai a gridare dal dolore. Così l’inferno. Nessun mortale lo co­nosce in realtà, finché la parola di Cristo Giudice non lo ricaccia in questo eterno do­lore: « Via da me, maledetti, nel fuoco eter­no! » Il fuoco non significa tormento della coscienza, ma vero fuoco materiale che bru­cia senza consumarsi.

La Sacra Scrittura descrive l’inferno come un carcere, nel quale i dannati vengono violentemente rinchiusi. (II Petri c. 2-4).

Un luogo di oscurità e di tenebre, dove non ci sarà che pianto e stridore di denti. (San Matt; 12-13).

Uno stagno di fuoco e di zolfo, come il luogo dei tormenti. (Apoc. XX)

Una fornace di fuoco inestinguibile (S. Matt. 24-41)

Saranno tormentati giorno e notte nei se­coli dei secoli. (Apoc. XX. 10).

Il fuoco punirà la carne dell’empio. (Eccl. 7. -19.)

Tutte queste pene, compreso le tenebre, le grida, la puzza, sono semplici bagattelle di fronte al dolore dell’anima che ha perduto il suo Dio, da Lui rigettato e maledetto per sempre. S. Agostino dice: « Se i dannati go­dessero la vista di Dio, non sentirebbero pena alcuna, e lo stesso interno si cangereb­be in paradiso ». Il dannato ha perduto un bene infinito che è Dio, e così secondo San Tommaso sente una pena e dolore in certo modo infinita. Questa pena si sentirà per tutta l’eternità. Si tratta di patire sempre gli stessi tormenti nella durata e nell’intensità. I cattolici dannati soffrono di più che quelli delle altre religioni, perché essi, ricevettero di più e calpestarono più grazie e più luce. « E’ diventato perpetuo il mio dolore, la pia­ga mia disperata » (Jer. 15-18)

Se un angelo dicesse ad un dannato: « uscirai dall’inferno, ma quando saran passati tanti secoli quante sono le gocce dell’acqua, le foglie degli alberi, e le arene del mare, il dannato farebbe più festa d’un mendico che riceve la notizia di essere fatto re». Si, per­ché passeranno tutti questi secoli, si molti­plicheranno infinite volte, e l’inferno sarà sempre all’inizio. La tromba del Giudizio Universale si sentirà solo per confermare questa sentenza: «sempre, mai! Sempre mai. ».

Tra questi dolori e stridi sarà un tormen­to pensare a quanto poco ci sarebbe voluto per salvarsi. Il gaudio del peccato così breve, la vita fuggita come ombra del mattino. «( Er­ba è tutta la carne, e tutta la sua gloria è come il fiore del campo. L’erba secca e il fiore cade. ») (Is. 40. 4.)

Il dannato non è più libero di pensare ciò che vuole e come vuole, ma come un osses­so deve ripetere a sé le stesse cose e medi­tare il proprio fallimento dicendo: «( Se io mi mortificavo a non guardare quell’oggetto, se vincevo quel rispetto umano, se fuggivo quell’occasione, quel compagno, quella con­versazione… non mi sarei dannato! Ho pro­posto tante volte di farlo, ma non l’ho ese­guito, oppure ho cominciato a farlo ma poi l’ho tralasciato e perciò mi son perduto.

« La mietitura è passata, l’ estate è finita e noi non siamo stati salvati ». (Jer. 8.-20.) Oh che fatiche ho fatto per dannarmi…. potevo essere sempre felice! « Davanti all’uomo sta la vita e la morte, il bene e il male e gli sarà dato quello che egli sceglierà. (Eccl. 15-18).

Oggi vi sono tanti accecati e a tal punto da negare perfino l’esistenza dell’inferno. A questi ripeto qui una ricetta usata da un san­to confessore come racconta il Sac. Luigi Chiavarino nel suo bel libro: « Confessatevi bene ».

Un ufficialetto, per accontentare la mam­ma e la sorella, va a fare la Pasqua.

« Padre, io non credo e me ne rido ». Dunque, voi ridete della Religione e dei Sacramenti? »

« Si, Padre, della Religione e dei Sacramen­ti io me ne rido ».

« Quando è così, capirete anche voi che io non posso assolvervi, né mandarvi alla Comunione ».

«Eppure, la Comunione debbo farla per accontentare la mamma e le sorelle ».

« Bene, dite loro che il Confessore vi ha imposto di fare prima la penitenza. Farete quello che dico e poi ritornerete. Voglio che lo promettiate da buon soldato » .

« Sarà come volete; farò la penitenza; e quale? »

«In queste tre sere rinuncerete ad ogni divertimento, ed appena a letto. direte: « Dio mio, io credo in Voi, ma della Vostra religio­ne e dei Vostri Sacramenti io me ne rido. Credo in Voi, ma della morte e del giudizio io me ne rido. Credo… ma dell’inferno e del­l’eternità io me ne rido. »

L’effetto fu ottenuto. Il pensiero dei no­vissimi fece ravvedere quel militare che in fondo aveva ancora la fede, assopita dalla cattiva vita a cui si era dato, e di cui in faccia a Dio, alla morte ed all’eternità, si vergognava.

Nei nostri giorni non solo un povero uf­ficialetto « ride » della morte e dell’inferno, ma milioni di uomini e di donne traviati dal­le dottrine materialiste ed esistenzialiste ­ripetono: « godiamo, godiamo! La vita sta tut­ta qui. ».

Satana in ogni epoca trova mille modi per ingannare i figli di Adamo, ma mai come nel nostro secolo è riuscito ad ingannare la massa, levando a popoli interi la fede. Nella vita privata, invasa da televisori, circoli, gi­te, fumetti, riviste, l’uomo non ha più nem­meno un minuto per ragionare sugli scopi della sua esistenza. Dovrà poi per tutta l’e­ternità pentirsi della sua insensatezza. E satana ghignerà:

« Degli uomini me ne rido… me ne rido… credono più al mio inganno, a me che non prometto loro nulla, che al loro Creatore e alle Sue Promesse ».

«Concepiste paglia, partoriste stoppa, il soffio farà una fiamma che vi consumerà ». (Is. 33.)