Levante canta di sentirsi come Gesù Cristo!

Levante canta Gesù Cristo sono io per le menzogne che ti ho perdonato e le preghiere fuori dalla porta

Proprio a pochi passi dal Natale, mentre attendevamo la dolce nascita del Bambino redentore, ci accorgevamo che anche altri si erano riconosciuti in un Gesù che soffre e assume su di se le pene del mondo e il dolore provocato dal “non affetto” del genere umano.
“Gesù Cristo sono io, tutte le volte che mi hai messo in croce, tutte le volte che sei la regina
e sulla testa solo tante spine.
Gesù Cristo sono io, per le menzogne che ti ho perdonato e le preghiere fuori dalla porta, per il mio sacro tempio abbandonato.”, canta Levante, una giovane ragazza al suo terzo singolo, uscito il 27 Ottobre scorso.

E anche in altri punti del testo, in effetti, sembra reggere bene il paragone tra l’uomo/donna, che soccombe al cospetto di qualcosa o qualcuno che non ricambia l’amore dimostrato, reso ingrato dal suo egoistico tornaconto, e il Cristo che conosciamo e che si è immolato per il mondo.
“Gesù Cristo sono io, che di miracoli ne ho fatti tanti. Ti ho preso in braccio e ti ho portato avanti, ma tu ricordi solo i miei peccati”, oppure “Moltiplicando tutta la pazienza, avrò sfamato te e la tua arroganza, forse ti ho porto pure l’altra guancia”.
Beh, partendo dal presupposto che Gesù non aveva peccati da mostrare o per cui scusarsi e che nessun altra persona debba rispondere delle proprie mancanze ad altri, se non al Creatore, c’è un pezzo della canzone che, come cristiana, non riesco proprio a comprendere.

Lungi da me la volontà di polemizzare, vorrei semplicemente comprendere questo passaggio letterario: “Confessa che sei il demonio nella testa; che mi trascina sempre giù; confessa
che il paradiso non mi spetta; che non mi sono genuflessa; che non mi sono genuflessa; che, che da te risorgo anch’io. Per tutte le spine del mondo, i chiodi piantati nel cuore,
questo è il mio sangue, questo è il mio corpo, li porto via, amore”.
Se il Gesù Cristo di cui si parla in questa canzone è quello dei Vangeli, in questo punto della canzone mi chiedo perché, non essendosi “genuflessa” (la protagonista del testo) alla volontà di un’altra persona, che, ipoteticamente, potrebbe averla allontanata dal bene e quindi rappresentare il “demonio nella testa”, non si meriterebbe il paradiso (se si parla del paradiso cristiano)?

Quanto, poi, al fatto che il sangue e il corpo di una comune persona (sia pure la più sofferente della storia) abbiano la stessa valenza o il medesimo potere di quelli di Cristo, non si necessita certo dell’ intervento di un teologo (ma di una buona lezione di catechismo, si), per spiegare che il Sangue e il Corpo del Signore Dio (non di un uomo, quindi) rappresentano il sacrificio estremo, simbolo della lotta tra il Bene e il male del mondo.
Per quanto la vita umana abbia un valore inestimabile, quello del Sangue e del Corpo di Cristo richiama ad un significato non umano, ma divino, perché essi rappresentano, rispettivamente, l’arma più invincibile contro Satana (il Sangue) e la chiesa intera, nella sua unità di Copro Mistico (il Corpo). Ecco le mie perplessità.
Probabilmente, secondo una concezione molto elementare della fede cristiana, l’autore del testo voleva semplicemente dire che con forza di volontà e autostima crescente, ogni donna può risorgere dalle ceneri della vita a cui, un uomo senza scrupoli e incapace di amore, l’ha ridotta e relegata.
Se per farlo si appoggia al Cristo e alla spiritualità, meglio ancora, ma questo, pur facendo di lei un essere degnissimo di nota, meritevole di pace, come di giustizia, non richiama in causa l’identificazione con il Sangue e il Corpo della transustanziazione. Al massimo ricorda la somiglianza a Gesù nella sofferenza della croce, da cui lui stesso ci risolleva attraverso quel Sangue e in quanto membra di quel Corpo.