L’astrofisico Bersanelli: “Le stelle? rimandano al destino ed all’origine dell’uomo”

L’astrofisico Marco Bersanelli è uno dei più importanti del panorama italiano e di quello europeo. Professore ordinario dell’Università di Astrofisica di Milano e direttore della scuola di dottorato in Fisica, Astrofisica e Fisica Applicata, lo studioso è autore di oltre 300 scritti scientifici tra i quali, l’ultimo pubblicato s’intitola ‘Il Grande spettacolo del Cielo’. Si tratta di una raccolta di pensieri suoi e di altri colleghi riguardo l’immensità dell’Universo a cui Bersanelli ha voluto aggiungere il pensiero di alcuni grandi artisti del passato.

Quest’ultima scelta non è solo una questione di stile, bensì un artificio retorico che gli permette di introdurre una disamina della società moderna. In una recente intervista, infatti, l’eminente astrofisico ha dichiarato: “Oggi la tecnologia ci permette di scrutare le profondità dell’universo a un livello inconcepibile anche solo pochi decenni fa, eppure questa è la prima generazione che ha perso l’abitudine di esporsi alla meraviglia del cielo stellato. Non ci stupiamo più di quel che ci circonda”.

Un’affermazione dura che però rispecchia alla perfezione l’involuzione delle generazioni odierne che, spinte da una cultura materialista, hanno perso il senso della meraviglia e dell’interesse verso ciò che li circonda. L’esempio ne è proprio il cielo stellato, da sempre fonte d’ispirazione e d’interrogazione per l’essere umano e musa di molti grandi pensatori e pittori del passato.

Come fare a dimenticare le parole di Van Gogh sul cielo stellato (uno dei soggetti più rappresentati dal pittore olandese) ricordate dallo stesso astrofisico nel suo libro: “Da sempre le stelle rimandano al destino dell’uomo. Anche per Van Gogh rimasero fino alla fine il segno di un’ultima speranza possibile. Confidò che ‘la speranza è nelle stelle’, le sue tante raffigurazioni notturne nascono da ‘un bisogno tremendo di – userò la parola – religiosità’, per questo alla sera vado fuori e dipingo le stelle”.

Del cielo aveva compreso la grandezza un grande scrittore italiano, uno dei sommi della nostra ricca cultura letteraria, Giacomo Leopardi. Bersanelli ricorda che il poeta scrisse a soli 15 anni un trattato sulla storia dell’astronomia, nel quale a suo avviso Leopardi aveva compreso appieno l’essenza dell’universo: “Nel cosmo secondo lui si rispecchiava la domanda ultima dell’uomo, sul significato della sua vita e del mondo, come nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. E d’altra parte Leopardi aveva colto come nell’essere umano c’è qualcosa di più grande dell’intero universo, che non può essere ridotto a nessuna misura. La ragione riconosce che ci sono eventi che i numeri non possono spiegare: come la nascita di un bambino, davanti a cui anche un miliardo di anni luce rimarrà sempre e soltanto un numero”.

Lo stesso senso della meraviglia, l’idea che in quel cosmo ci sia il significato ultimo dell’uomo, è la molla, secondo Bersanelli, che spinge ogni astrofisico a lavorare in questo campo: “Il motore che sta sotto la passione con cui gli scienziati si muovono in questo campo è poter svelare qualcosa di un ordine dato, che non abbiamo fatto ed esiste prima di noi. Non è un caso che la Chiesa abbia attivamente sostenuto l’astronomia, tanto che la Specola Vaticana è uno dei più antichi osservatori al mondo. Nella tradizione cristiana la bellezza della natura e del cielo in particolare è il segno per eccellenza della grandezza del Creatore”.