La storia del comandante nazista che salvò una famiglia ebrea a Pesaro

Siamo nel periodo della seconda guerra mondiale, le truppe naziste retrocedono verso il nord dell’Italia incalzate da quelle americane che hanno preso il controllo di Roma e che vengono supportate dall’aeronautica britannica. In un monastero di Pesaro delle truppe tedesche hanno il loro commando generale e tengono duro resistendo ai bombardamenti inglesi. Nei sotterranei di questo monastero francescano ci sono anche 300 civili rifugiati di cui le truppe naziste non conoscono l’esistenza. La situazione, dunque, è tragica, un qualsiasi evento può portare alla morte sia dei militari tedeschi che dei civili rifugiati, tra i quali c’è pure una famiglia ebrea.

In questa storia di guerra, però, c’è spazio per un atto eroico, un atto di umanità che dimostra una volta di più come l’essere umano possa decidere di salvare qualcuno a discapito della sua stessa vita: il comandante tedesco Enrich Eder, 21 anni di educazione cattolica, scopre un giorno i rifugiati e capisce che li in mezzo c’è una famiglia ebrea, ma invece di farla deportare si mette d’accordo con i monaci per farli scappare prima che qualcun altro si accorga della loro presenza. La sua buona azione va a buon fine grazie all’aiuto dei suoi figli, ancora dei bambini, e persino il militare tedesco riesce ad uscire indenne da quella situazione complicata.

Ciò che rende più incredibile questa storia è che né la famiglia ebrea né i figli dell’ufficiale nazista erano a conoscenza dei dettagli di quel salvataggio. Questa storia di sorprendente umanità, infatti, rischiava di perdersi nell’oblio se non fosse stato per il desiderio del giornalista Roberto Mazzoli di approfondire quanto accaduto nel monastero. Il reporter stava persino abbandonando la sua ricerca, poiché, nonostante sapesse tramite la testimonianza dei monaci chi fosse l’eroico militare tedesco, non era a conoscenza del nome della famiglia ebrea tratta in salvo.

Poi è accaduto qualcosa di assolutamente casuale che lo ha messo sulla giusta strada: “Quando avevo quasi rinunciato a scoprirlo, casualmente sul mio pc è apparsa la notizia di un concorso per ristoratori a Tel Aviv, e i vincitori accennavano a una loro salvezza dalla deportazione a Pesaro. Conobbi così le sorelle Matilde, Vittoria e Miriam Sarano, che all’epoca dei fatti erano bambine”, racconta il giornalista alla presentazione del libro che non è altro che una trasposizione del diario di Sarano arricchita dei particolari riguardanti la scelta di Eder.

Le tre figlie di Alfredo Sarano sono state felicissime di collaborare al lavoro d’indagine del giornalista poiché hanno finalmente chiuso il cerchio della loro salvezza: “Il diario di nostro padre stava aspettando Mazzoli affinché il cerchio della nostra salvezza si potesse chiudere per essere finalmente raccontato. L’incontro, a prima vista casuale, è stato senza dubbio predisposto in più alte sfere”. In questo, infatti, c’era nascosto un altro segreto: Sarano era il depositario della lista di censimento delle famiglie ebree di Milano in cui erano presenti i nomi di 13 mila persone; all’uomo venne offerta la salvezza se avesse consegnato la lista, ma si rifiutò e dopo averla nascosta si era rifugiato nel monastero. Grazie al suo gesto solo 800 delle 13 mila persone della lista sono state deportate.