Gesù Dice: La paura e lo sgomento non devono prevalere.

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Nessuna paura col Signore!

Un fattore che ci può sempre porre in situazioni molto delicate è la paura, causa di un grande numero di errori in cui cadiamo ogni giorno, sia per il rischio di una eccessiva o comunque erronea considerazione della situazione, sia per quello di dimenticare il rapporto che ci lega a Dio. Un sentimento di forte inquietudine e apprensione presente  nel nostro animo può far sì che le nostre reazioni vengano sfalsate e le nostre convinzioni messe da parte a fronte delle contingenze.

Al fine di comprendere questo sentimento e le conseguenze che esso causa, analizzeremo quattro episodi in cui la paura ha messo a dura prova i discepoli di Gesù e considereremo le conseguenti riprensioni del Signore. Ciò che mi preme far comprendere è che la Sacra Scrittura condanna la paura, nel senso che tale stato emotivo – frequente in ogni uomo –  non deve schiavizzare il discepolo di Gesù (cosa che invece accade spesso in una società come la nostra, nella quale si sta perdendo il senso genuino dell’affrontare le proprie paure tramite l’autocontrollo, la disciplina, il legame vitale e fiducioso con la Divinità). È utile perciò ricordare che “coraggioso” non è colui che non teme nulla, quanto piuttosto chi affronta e vince le proprie paure. E nessuno può essere più fiducioso e coraggioso di chi ha dalla propria parte il Creatore dell’universo! Vediamo allora come, in alcune occasioni, Gesù ha invitato ad avere coraggio nonostante le avversità. In questo articolo prendo in considerazione quattro episodi dei Vangeli.

Matteo 8:23-27; Marco 4:35-41; Luca 8:22-25.

L’episodio si svolge su di una barca durante uno spostamento in direzione del paese dei Gadareni. A bordo vi sono Gesù, che sta dormendo, e un gruppo di discepoli. Improvvisamente, si alza una tempesta che mette tutti in serissimo pericolo. La reazione dei presenti è caratterizzata da un profondo panico. L’unica cosa che i discepoli riescono a fare è chiamare in causa Gesù, chiedendogli la salvezza da una così orribile fine.

Il Maestro, profondo conoscitore dell’animo umano, sa che il vero problema non è la tempesta imperversante sul lago, ma la paura di coloro che lo interrogano. Matteo identifica l’intervento di Gesù con la domanda «perché avete paura, gente di poca fede?», rimarcando subito i due atteggiamenti umani fondamentali (fede e paura) e descrivendo i presenti come paurosi e privi di fede, a testimonianza del fatto che c’è un rapporto tra l’essere paurosi e la mancanza di fede, tra la preoccupazione per se stessi e la sfiducia in Dio, tra le proprie necessità contingenti (per quanto umanamente comprensibili) da una parte e gli insegnamenti di Gesù (e il nostro rapporto con lui) dall’altra.

Il Vangelo di Marco riporta una frase più lunga e non meno carica di significato: «Perché siete così paurosi, non avete ancora fede?», e specifica ulteriormente il rapporto tra la presenza della paura e la mancanza di fede, facendoci capire che, se c’è vera fede, la paura non può attecchire, o comunque viene arginata. Ciò dovrebbe farci riflettere, soprattutto alla luce di Luca 12:22, passo in cui Gesù esorta i suoi discepoli a preoccuparsi solo della loro fede, perché tutto il resto (riguardo a cui siamo così spesso tanto ansiosi e timorosi) verrà da Dio controllato di conseguenza («Non siate in ansia per la vostra vita di che mangerete, né per il vostro corpo di che vi vestirete…»). Se poi pensiamo anche alla vita di Gesù, vissuta nella fiducia assoluta verso il Padre, capiamo che la risposta del Signore non è una semplice frase ad effetto, bensì una precisa presa di posizione ed un insegnamento molto chiaro.

Infine, se consideriamo ciò che Luca riporta riguardo all’episodio della tempesta, troviamo una terza variante della risposta: «Dov’è la vostra fede?». Ancora una volta, è questione di fede: chi la possiede, e davvero la vive, non ha niente da temere.

Un particolare degno di nota è il verbo (“sgridare”) utilizzato da Matteo e Marco per descrivere il modo in cui Gesù impone la propria volontà al mare ed al vento. Oggettivamente, nessuno è tranquillo mentre sgrida il proprio figlio, o il proprio animale da compagnia, o un allievo, per cui molto probabilmente Gesù era alterato a causa della situazione che si era venuta a creare.

Diversi sono gli insegnamenti che possiamo trarre da questo episodio. Innanzi tutto, se abbiamo veramente fede non dobbiamo temere nulla, in quanto godiamo della protezione di Dio, nostro insostituibile aiuto, e comunque ci rimettiamo alla sua volontà. Poi, siamo invitati ad autovalutarci: ovvero, se di fronte a qualche circostanza ci lasciamo vincere dal panico, ciò significa che la nostra fede non è poi così consistente e, di conseguenza, stiamo permettendo che qualcosa si frammetta tra noi e Dio. Ancora, i paurosi non sono graditi a Dio, perché pongono le proprie impellenze davanti a tutto e sono di fatto idolatri e schiavi di se stessi e delle circostanze.

Matteo 14:22-36; Marco 6:45-51; Giovanni 6:16-21.

Questo episodio, che ci narra di quando Gesù camminò sulle acque del Mar Morto, è senza dubbio uno dei più celebri dei Vangeli. La vicenda ha inizio con la dipartita in barca dei discepoli per raggiungere la sponda opposta; Gesù, però, non è con loro, essendosi ritirato in solitudine dopo una giornata molto impegnativa (Giovanni 6:15). Il ricongiungimento tra il Maestro e i discepoli avviene in seguito in mezzo al mare agitato, solcato dal Messia che si avvicina camminando verso la barca. Le reazioni suscitate da questo incontro sono di terrore e sconvolgimento, sentimenti legittimi in una situazione del genere: chi di noi non avrebbe pensato di sognare? Alcuni  fra i presenti temono addirittura di essere di fronte ad un fantasma, altri non capiscono cosa stia accadendo.

Matteo ci descrive la reazione di Pietro, il quale, con la sua tempra impulsiva, vuole verificare se colui che hanno davanti sia veramente Gesù, e gli chiede di poter camminare sull’acqua anche lui. Gesù decide di prendere l’occasione per mostrare concretamente che chiunque ha fede può imitarlo e seguirlo. Ma Pietro, messo davanti ad una situazione così particolare e sconvolgente, fa solo qualche passo prima di cominciare ad affondare, accompagnato dalla domanda provocatoria di Gesù («O uomo di poca fede, perché hai dubitato?» – Matteo 14:31).

Come abbiamo già detto, la reazione di tutti è la paura («si misero a gridare» – Marco 6:49) davanti ad un evento inspiegabile: si tratta di un sentimento che noi tutti comprendiamo e che avremmo condiviso se ci fossimo trovati su quella barca. Gesù cerca immediatamente di porre rimedio allo sgomento dei presenti tranquillizzandoli («Sono io, non temete!» – Giovanni 6:20). Questo comportamento da parte del Maestro ci fa capire che senza dubbio la paura può avere validi motivi dal punto di vista umano, ma anche che sia Gesù sia il Padre hanno ben chiaro il limite tra ciò che è affrontabile e superabile dall’uomo (assieme a Dio) e ciò che non lo è.

Analizzando quanto ci racconta Marco riguardo alla “passeggiata” sul mare di Gesù, risalta una cosa inaspettata: Marco 6:51-52 dice che i discepoli erano stupiti, sgomenti, perché il loro cuore era indurito. La paura dunque è stata così forte da far accantonare la fede, da far rinunciare a cercare di capire e impedendo di cogliere, nell’immediato, l’occasione di approfondire e far maturare il rapporto col Signore, irrigidendosi nell’animo.

In Matteo 14:28-29 troviamo Pietro che chiede a Gesù di ordinargli di camminare sulle acque: tale richiesta potremmo giudicarla lecita, se non fosse impostata in una maniera così passiva, quasi come se lo stesso Pietro fosse una marionetta nelle mani di un burattinaio, ed è proprio qui l’errore: anziché far agire e crescere la propria fede, l’apostolo richiede, di fatto, una sorta di magia da parte del Signore, il quale gli dice semplicemente: «Vieni». Appena Pietro muove pochi passi, ecco ripresentarsi la paura, che non solo lo porta ad affondare, ma anche a richiedere disperatamente l’intervento di Gesù. Ed ecco il secondo errore: non solo Pietro si è scordato del miracolo che il Maestro ha appena compiuto permettendogli di camminare per un tratto, ma ha anche dubitato della capacità del Signore di preservarlo davanti ad una situazione così strana e difficile.

Vedendo questa scena a posteriori, intuiamo subito che il vero problema di Pietro è la mancanza di fede dovuta alla paura. In Matteo 17:20 Gesù rimprovera i suoi dicendo che, se avessero fede, riuscirebbero a spostare le montagne e nulla sarebbe loro impossibile; non voglio entrare in merito di una discussione su come vada interpretato questo passo, se letteralmente o meno, ma ciò non toglie che senza fede Pietro è naufragato, per cui senza dubbio abbiamo conferma di quanto detto in precedenza riguardo al legame tra la paura e la mancanza di fede. Non a caso Gesù salva Pietro chiedendogli: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Matteo 14:31).

Marco 14:66; Luca 22:54.

Un episodio che certo non poteva mancare in una disquisizione sulla paura è questo che vede come protagonista Pietro e il suo rinnegamento di Gesù. Tale episodio viene descritto da tutti e quattro gli evangelisti, ma ci rifaremo per comodità soltanto alle testimonianze di Marco e Luca.

La situazione è così riassumibile: Gesù si trova di fronte al Sommo Sacerdote che lo sta interrogando, mentre tutti gli apostoli e i discepoli sono dispersi tranne Pietro, che sta davanti alla casa in cui vive il Sommo Sacerdote stesso. Diversi presenti lo riconoscono, ma lui nega il suo legame con Gesù per paura di essere arrestato.

Pietro non solo nega la sua appartenenza al seguito di Gesù, ma comincia ad imprecare e giurare. Luca ci fornisce un particolare in più dicendoci che nel momento in cui il gallo cantò, Gesù volse il suo sguardo verso Pietro, che cominciò a comprendere ciò che aveva commesso ed a vergognarsene.

Nel comportamento di Pietro si incrociano diverse cose, o meglio possiamo dire che in questo caso la paura attecchisce in più punti fino a rovesciare radicalmente il suo comportamento: Pietro non solo rinnega l’amico e il Maestro con il quale è stato in compagnia e comunione fino a poco prima, ma mente spudoratamente, rinnegandolo di conseguenza anche col proprio animo; inoltre comincia a spergiurare, dimostrando che la sua parola non ha valore, e infine impreca.

La gravità della situazione si comprende non solo dalle azioni compiute da Pietro, ma anche dalla reazione che conclude l’episodio, ovvero il pianto amaro dell’apostolo.

L’insegnamento che possiamo trarre è che ognuno di noi si trova o si troverà un giorno ad affrontare le proprie peggiori paure e, per quanto queste possano essere grandi, vanno affrontate ricordandoci Chi vogliamo seguire e facendolo senza indugio, altrimenti ci ritroveremo a cadere come è successo a Pietro. È utile ricordare che Pietro era stato avvisato di ciò che stava per accadere e della sua reazione, e nonostante tutto è caduto lo stesso. Ricordiamoci di quanto Gesù ha detto: «Chiunque perciò mi riconoscerà davanti agli uomini, io pure lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, io pure lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Matteo 10:32-33). Pietro sarà riabilitato da Gesù in seguito, e dovrà predisporsi a dare anche la vita per il Signore (cfr. Giovanni 21:1ss.).

Matteo 26:47-56; Marco 14:43-52,  Giovanni 18:1:11.

L’ultima situazione in esame è l’arresto di Gesù. L’episodio si svolge più o meno in questo modo: arrivano Giuda e un gruppo di soldati, Pietro sfodera la spada e, tentando di colpire un inserviente del Sommo Sacerdote, gli mozza un orecchio. Quella che di primo acchito sembra essere una reazione di coraggio e risolutezza da parte di Pietro in realtà si rivela essere una reazione violenta e inconsulta dovuta alla paura. Non a caso Gesù ferma subito tutti i contendenti e guarisce il ferito.

Come nelle situazioni precedenti, il comune denominatore dei presenti è la sensazione di timore che li pervade. Il contrasto che salta subito all’occhio è che tutti sono in fermento tranne l’unico che realmente sa che sta andando a morire (Gesù); e questo contrasto viene marcato maggiormente da Giovanni, che ci racconta l’accaduto con maggiore dovizia di particolari. Egli narra infatti che, davanti al comportamento dignitoso, risoluto e autorevole di Gesù, i soldati venuti per arrestarlo indietreggiano e cadono impauriti. Quello che si genera in Pietro è invece un atto di violenza: in questo caso la paura ha perfino generato un sentimento (prima di essere una azione) in netto contrasto con un passo come Luca 10:27 («Ama il tuo prossimo come te stesso…»). Gesù, ovviamente, rimarca l’inutilità della violenza e la pone come metro di giudizio: chi opera con violenza morirà per la violenza. Come rafforzativo e testimonianza Gesù aggiunge che, se volesse, potrebbe invocare tutte le legioni angeliche per difendersi, per cui la violenza umana è dannosa, senza scopo e in contrasto coi progetti di Dio, rivelandosi un atto compiuto per timore delle circostanze e, di conseguenza, in assenza di fede nella provvidenza e nella giustizia del Cielo.

Conclusioni

Riassumendo, possiamo dire che senza dubbio la paura è una componente dell’uomo che viene risvegliata in ogni momento in cui capita qualcosa atto a suscitarla, e che essa è decisamente connessa alla fede, ma in modo antagonista, ovvero se c’è una non ci può essere l’altra; ancora, la paura non genera buoni frutti, ma al contrario rischia di farci commettere gravi errori; infine, la paura – se lasciata incontrollata – può stravolgerci e sviarci completamente, nonostante il fatto che le nostre convinzioni o esperienze da discepoli ci vogliano guidare in ben altra direzione.

Con tutto questo non vogliamo incutere una paura della paura, ma al contrario invitare tutti ad affrontare col massimo del vigore ogni occasione in cui la paura fa capolino, al fine di imparare a controllarla tramite il nostro rapporto di fiducia nei confronti di Dio. Infatti la paura, sottoposta al giusto discernimento, non è altro che un segnale che il nostro corpo genera per renderci più acuti: possiamo dire che è il nostro sesto senso, e come tale bisogna imparare a gestirlo, soprattutto facendo crescere in noi la fede attraverso le Scritture e ricordandoci che se Dio è con noi (e noi con lui) non ci occorre altro e non dobbiamo temere nulla (consiglio di leggere, a questo proposito, i fondamentali passi di Romani 8:31-39):

Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com’è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno;
siamo stati considerati come pecore da macello». Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.