La messa in latino non è vietata

La messa in latino non è vietata
Messa in latino

La messa in latino non è vietata. Molti sanno che prima del Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965) la messa in Italia, in Europa e in mezzo mondo, diciamo per essere brevi nel mondo occidentale, era detta in lingua latina. Si trattava di un esempio significativo del rispetto verso l’aulica eredità classica, a cui la Chiesa di Roma, caput mundi della cristianità, era molto legata. Anche perché Pietro e Paolo, le colonne del cattolicesimo, furono uccisi a Roma e Roma divenne così la nuova Gerusalemme dei credenti. In tutto il medioevo e nella stessa età moderna sono incalcolabili le testimonianze della presenza della lingua di Roma, fatta propria e diffusa ovunque dalla Chiesa, nelle arti, nella musica sacra, nel teatro, nella letteratura, nella filosofia e nelle stesse scienze naturali. Dire cultura, soprattutto in Italia e nei paesi del vecchio continente, significò per secoli “saper di latino”.

Ancora nel 1962 infatti, un papa profetico e aperto al nuovo come San Giovanni XXIII (1881-1963) pubblicò un intero documento, la Veterum sapientia, per incoraggiare l’uso del latino nella liturgia, nella preghiera, nella teologia e perfino nell’insegnamento accademico. Secondo papa Giovanni, bisogna ricordare che “la lingua latina ha nobiltà di struttura e di lessico, dato che offre la possibilità di uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità che singolarmente giova alla chiarezza ed alla gravità”. E, con notazione di capitale importanza culturale, teologica e religiosa, “non senza disposizione della Divina Provvidenza accadde che la lingua, la quale per moltissimi secoli aveva unito tante genti sotto l’Impero Romano, diventasse propria della Sede Apostolica”. Evidentemente queste fondamentali asserzioni non possono passare di moda, e se erano vere nel 1962, lo sono ancora nel 2018 e lo saranno sempre!

Questo spirito spiega ampiamente la latinità e la fiera romanità rivendicata dalla Chiesa, pur universale per dimensioni, vocazione e diffusione geografica. Nel 1969 però, papa Paolo VI (1897-1978), che a breve sarà canonizzato da Francesco, approvò un nuove messale interamente rivisto, chiamato tecnicamente Novus Ordo Missae, cioè Nuovo Ordine della Messa. La cosa più appariscente per il popolo fu la scomparsa pressoché totale e inaudita del latino liturgico (e del canto gregoriano) e la sua sostituzione con le varie lingue parlate. In realtà, il cambiamento fu assai più profondo.

Il celebrante infatti era adesso rivolto all’assemblea, e non all’altare sacro, e i laici ebbero presto accesso al presbiterio, un tempo lo spazio sacro per eccellenza delle chiese, riservato al clero e ai chierichetti. Da lì fu un continuo di aggiunte e crescenti novità, sino ad oggi: letture da parte di laici e laiche, canti (e balli!) a suon di chitarre, ostie date nella mano dei fedeli, segno della pace, e così via. Fino alle vere e proprie “messe beat” degli anni ’70, giudicate da Benedetto XVI, come “deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile”…

I cambiamenti in effetti piacciono sempre agli uomini, per il gusto della novità che tutti abbiamo come innato. Ma non raramente stufano piuttosto presto. E così, dopo i primi 10-20 anni di applicazione universale e obbligatoria del nuovo rito della messa, si registrò un calo drastico nella frequenza dei cattolici alla messa domenicale, a volte con una diminuzione di oltre il 50% dei praticanti. E altri cali vi furono, ove più ove meno, nei matrimoni religiosi, nel battesimo dei bambini, nelle confessioni, nella richiesta delle esequie, etc. etc. Tra i libri che raccontano queste vicende, si segnalano le opere del filosofo Romano Amerio (anzitutto Iota unum, edita da Fede & Cultura nel 2012) e quelle più accessibili di don Nicola Bux (cfr. Come andare a messa e non perdere la fede, Editoriale Il Giglio, 2016 e Con i sacramenti non si scherza, Cantagalli, 2016).

Molti sacerdoti, di tendenza progressista e liberal, iniziarono ad usare la liturgia rinnovata in modo da farne il terreno fertile per uno sperimentalismo d’avanguardia, senza alcun limite oltre la propria fantasia e si ebbero, specie nel nord Europa, dei veri e propri scempi artistici, con la rimozione e la distruzione di altari e di antichi oggetti liturgici fabbricati per l’odiata messa tradizionale.

A questo moto sacrilego, che Benedetto XVI bollerà come auto-secolarizzazione della Chiesa, e che spaziava dalla messa al catechismo, dalla dottrina alla politica, alcuni ambienti cattolici e conservatori cercarono di opporsi. Ma globalmente furono marginalizzati e condannati, senza alcuna misericordia…

Poco più di 10 anni fa, nel luglio del 2007, Benedetto XVI, per recuperare il valore sacro della Tradizione, emanò la Lettera apostolica Summorum Pontificum asserendo che l’antico messale in latino non era mai stato formalmente abrogato e che i sacerdoti cattolici possono usarlo senza contravvenire ad alcuna regola del diritto canonico.

Il latino nella liturgia aveva infatti molte convenienze, come quelle che Papa Giovanni ricordava. “Infatti, di sua propria natura, la lingua latina è atta a promuovere presso qualsiasi popolo ogni forma di cultura; poiché non suscita gelosie, si presenta imparziale per tutte le genti, non è privilegio di nessuno, infine è a tutti accetta ed amica”. Ovvero, si tratta di una lingua universale, che mentre ci collega a secoli di storia e di tradizione (la messa in latino fu quella che celebrarono s. Tommaso d’Aquino e don Bosco, san Massimiliano Kolbe e Padre Pio), ci unisce tra cattolici, al di là delle frontiere linguistiche nazionali.

“Ed è necessario che la Chiesa usi una lingua non solo universale, ma anche immutabile. Se, infatti, le verità della Chiesa Cattolica fossero affidate ad alcune o a molte delle lingue moderne che sono sottomesse a continuo mutamento, e delle quali nessuna ha sulle altre maggior autorità e prestigio, ne deriverebbe senza dubbio che, a causa della loro varietà, non sarebbe a molti manifesto con sufficiente precisione e chiarezza il senso di tali verità, né d’altra parte si disporrebbe di alcuna lingua comune e stabile, con cui confrontare il significato delle altre. Invece, la lingua latina, già da tempo immune da quelle variazioni che l’uso quotidiano del popolo suole introdurre nei vocaboli, deve essere considerata stabile ed immobile, dato che il significato di alcune nuove parole che il progresso, l’interpretazione e la difesa delle verità cristiane richiesero, già da tempo è stato definitivamente acquisito e precisato”. Fin qui la Costituzione Veterum sapientia.

Per Papa Giovanni, la stessa immutabilità del latino era positiva e era garanzia contro il particolarismo e le tendenze eretiche e scismatiche: non è un caso che i riformatori come Calvino, Lutero, Zwingli e Enrico VIII abolirono il latino e lo soppiantarono con le lingue nazionali.

Oggi, siamo in grado di apprezzare la lungimiranza di Benedetto XVI nel promulgare il motu proprio Summorum Pontificum, in cui si sancisce, definitivamente, che a tutti i sacerdoti cattolici, “è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal beato Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato” (art. 1).       Antonio Fiori