La prima messa celebrata dal Santo Padre in Myanmar (quarantunesimo viaggio di Papa Francesco all’estero) è un elogio a quanto fatto dalla diocesi locale per quanti soffrono a causa della violenza ed insieme un’esortazione a tutti gli abitanti a seguire quella sapienza che Gesù Cristo ci ha consegnato con il suo esempio. Il pontefice ricorda ai presenti come Gesù non ha reagito alla violenza ed al rifiuto nei suoi confronti con altrettanta violenza, ma con accettazione e perdono, accogliendo senza lottare la passione e la crocifissione.
Papa Francesco ha cominciato la messa, tenuta a Yangon nel grande parco di Kyaikkasan Ground, proprio parlando dell’esempio fornito da Gesù ai cristiani: “Gesù non ci ha insegnato la sua sapienza con lunghi discorsi o mediante grandi dimostrazioni di potere politico e terreno, ma dando la sua vita sulla croce. Qualche volta possiamo cadere nella trappola di fare affidamento sulla nostra stessa sapienza, ma la verità è che noi possiamo facilmente perdere il senso dell’orientamento. In quel momento è necessario ricordare che disponiamo di una sicura bussola davanti a noi, il Signore crocifisso. Nella croce, noi troviamo la sapienza, che può guidare la nostra vita con la luce che proviene da Dio”.
Il Papa dice ai presenti che il sacrificio sulla croce di Nostro Signore può essere l’unguento che guarisce tutte le ferite, che solo il perdono concesso a coloro che ci hanno fatto del male può lenire il dolore e permetterci di andare oltre, mentre la vendetta non fa altro che causare altro dolore: “Quando l’odio e il rifiuto lo condussero alla passione e alla morte, Egli rispose con il perdono e la compassione”. Il pontefice pone come esempio il sacrificio di Gesù per dare maggior valore agli sforzi fatti dalla Chiesa in Myanmar ed incitarla a continuare su quella strada con maggior vigore: “La Chiesa- dice Papa Francesco in riferimento all’operato in Myanmar- sta già facendo molto per portare il balsamo risanante della misericordia di Dio agli altri, specialmente ai più bisognosi. Vi sono chiari segni che, anche con mezzi assai limitati, molte comunità proclamano il Vangelo ad altre minoranze tribali, senza mai forzare o costringere, ma sempre invitando e accogliendo”.
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