La lettera dei docenti universitari: “Salvare vite in mare è un dovere”

La lettera dei docenti universitari: "Salvare vite in mare è un dovere"In una lettera redatta da quindici docenti universitari esperti in diritto internazionale pubblicata sulle pagine di ‘Avvenire‘ si legge come il coordinare operazioni di salvataggio e accogliere navi in difficoltà sia un dovere di tutti gli stati membri dell’Unione Europea nonché di quelli che fanno parte delle Nazioni Unite. Nella parte iniziale della lettera i docenti spiegano come salvare vite in mare sia un dovere di tutte le nazioni ed aggiungono che questo dovere è sancito dalla ‘Convenzione del diritto del Mare‘ del 1982.

Perché salvare vite in mare è un dovere di ogni stato

L’affermazione serve per introdurre un’argomentazione contro la decisione di respingere la nave ‘Aquarius‘, su questa i docenti scrivono: “Tale dovere, per sua natura, non può rivestire carattere esclusivo, e il mancato adempimento da parte di uno Stato non costituisce adeguato fondamento per il rifiuto di ottemperare opposto da un altro Stato”. Insufficiente, secondo i docenti, è anche la seconda motivazione addotta per rifiutare l’accoglienza (quello utilizzato dal governo di Malta per intenderci) ovvero il fatto che l’azione di soccorso fosse stata coordinata dalla Marina italiana.

Nella lettera, infatti, i docenti spiegano che se tutti gli Stati negassero l’accoglienza su questa base verrebbe meno il principio di collaborazione insito nell’esistenza di centri di soccorso internazionali. Per quanto riguarda invece la ferma decisione della chiusura dei Porti italiani, gli esperti di diritto internazionale confermano che rientra nel pieno diritto di uno stato sovrano, ma che nel caso di difficoltà in mare questo diritto decade e che ogni caso va valutato singolarmente: “Il rifiuto di accogliere in porto una nave potrebbe quindi configurare una violazione del dovere di salvaguardare la vita umana in mare qualora la nave in oggetto si trovi in difficoltà, se non addirittura una forma di respingimento di massa, anch’esso vietato dal Diritto internazionale”.

L’ultima parte della lettera è dedicata alla richiesta di una modifica del trattato di Dublino che regola l’accoglienza dei migranti nell’Unione Europea e che di fatto implica che gli stati costieri più vicini debbano offrire assistenza per questioni logistiche, ma che di fatto non lo regolamenta: “Non è infatti a causa di Dublino, bensì della sua posizione e conformazione geografica che l’Italia si trova a essere il punto di approdo naturale dei migranti provenienti dal continente africano”. Ma se la prima accoglienza logicamente per prossimità all’Africa viene imposta all’Italia questo non significa che gli altri Paesi membri non debbano supportarci economicamente e logisticamente suddividendo il carico delle richieste di protezione che giungono in Italia.

Luca Scapatello