Jamel Myles era un bambino che viveva a Denver, in Colorado, con la sua famiglia ed aveva confessato alla madre e ai compagni di scuola di sentirsi gay.
La madre lo aveva compreso, dicendogli che lo avrebbe sempre amato, che gli sarebbe stata vicino in ogni caso, ma i suoi coetanei hanno, invece, cominciato ad insultarlo, a bullizzarlo inesorabilmente.
Qualche settimana dopo, non ce l’ha fatta più a sostenere quella emarginazione e si è tolto la vita!
“Non meritava questo” -dice la madre, Leila Pierce. “Sembrava così spaventato quando me l’ha detto. Mi ha detto: “Mamma, sono gay”. E pensavo stesse scherzando, quindi ho guardato dietro mentre guidavo e sembrava così terrorizzato. Gli ho detto: Io ti voglio bene in ogni caso”.
In quel momento sembrava aver ripreso le forze, l’entusiasmo: “Mi ha detto che sarebbe uscito allo scoperto perché era orgoglioso di se stesso”, poi il tragico epilogo: “Aveva detto alla sorella che i ragazzi a scuola gli intimavano di uccidersi. Ma non è venuto da me a dirmelo. Sono sconvolta al solo pensiero che abbia visto l’uccidersi come la sua unica opzione”. “Il mio bambino si è ucciso. Non lo meritava. Voleva solo far felici gli altri, anche quando lui non lo era. Vorrei così tanto riaverlo indietro”.
Ora, le autorità di Denver stanno indagando su quanto è accaduto alla Denver Public School, mentre alla madre di Jamel Myles non resta che continuare a parlare di lui, sperando che nessun altro ragazzo si trovi ad affrontare una situazione del genere e a togliersi la vita per disperazione: “Penso che anche i bambini debbano essere ritenuti responsabili, perché sanno cosa è sbagliato. Credo anche che i genitori debbano essere responsabili perché evidentemente hanno insegnato ai figli ad essere così”.
Antonella Sanicanti
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