Irpinia: la catastrofe | L’arrivo di Giovanni Paolo II è un segno di speranza

Il 23 novembre del 1980, un devastante terremoto colpì l’Irpinia riversando la sua furia anche in Basilicata e nella città di Napoli, un evento tragico che cambiò il volto di una parte della Regione.

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Irpinia: 1 minuto e 20 secondi di devastazione

Quasi 3000 vittime, più di 280mila sfollati, una scossa di terremoto lunghissima durata 1 minuto e 20 secondi. La terra che trema senza mai fermarsi e la distruzione che si affaccia preponderante su un territorio così vasto. Un pezzo di Campania che viene raso al suolo e cancellato, un terremoto devastante, secondo solo a quello di Messina di inizio secolo scorso.

Sei paesi rasi al suolo, 77mila case distrutte o danneggiate. Eppure, oggi, a distanza di 40 anni, il ricordo resta ancora vivo ed indelebile, in memoria soprattutto delle vittime. In quell’occasione, l’Italia si rese conto che le mancava qualcosa: la cosiddetta “macchina dei soccorsi” della Protezione Civile. Non c’era nulla: solo morte e distruzione.

6 paesi interamente rasi al suolo

Venne definito il “terremoto dell’Ottanta”, ma ciò che più ci ricorda quel disastro è la prima pagina del quotidiano Il Mattino, all’indomani della tragedia: “Fate Presto!”, un grido ripreso dalle parole del Presidente Pertini. Una prima pagina completamente dedicata non tanto al terremoto, ma allo sguardo perso di anziani e bambini sopravvissuti che non avevano più nulla, nemmeno una coperta per ripararsi.

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Irpinia: le lacrime di Pertini e la preghiera di Giovanni Paolo II

Il freddo, un accenno di neve, la fine del mese di novembre: l’Irpinia si presentava come un paesaggio spettrale. Una devastazione che portò, però, a vere e proprie gare di solidarietà, che mobilitò anche l’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, a visitare quei luoghi e a piangere con chi non aveva più nulla, forse nemmeno più la forza nelle braccia per spalare macerie.

O anche il Papa, Giovanni Paolo II, che scese in Campania ed in Basilicata in particolare, a pregare per tutte le vittime. I cittadini di Balvano, paese in provincia di Potenza, videro passare il Papa che si dirigeva a piedi verso l’unica piazza del paese, dove era crollato il campanile dell’unica chiesa presente: 77 morti, la maggioranza, 66 di loro, ragazzi e ragazze del coro, che cantavano per la Messa.

“Di fronte a tutto questo, non riusciamo più a pregare”, disse una giovane al Santo Padre. “La vostra sofferenza è già preghiera”, rispose Papa Wojtyla, chinandosi a benedire le macerie che avevano sepolto quei giovani.

Conza, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora, Laviano, Balvano…e tanti altri piccoli paesini sparsi fra le montagne dell’Irpinia erano scomparsi.

L’Italia scopre cosa significhi avere la Protezione Civile

Ma l’Italia, nonostante fosse quasi impossibile raggiungere quei luoghi devastati, si mobilita. Le strade furono invase da un esercito di 50mila unità militari impegnate nei soccorsi. Furono creati in poco tempo 110mila posti letto e la distesa a schiera di oltre trentamila roulotte, trasformò tutta quella vastissima area in una enorme tendopoli a cielo.

Oggi, a 40 anni di distanza, l’immagine spettrale del terremoto non esiste più. La ricostruzione, durante ben oltre il previsto, ha visto non solo l’aiuto dello Stato Italiano, ma anche dei tanti emigrati italiani che, in particolare dai Paesi del Sud America, inviarono aiuti di ogni genere ai loro conterranei e parenti rimasti, per ricostruire quello che, comunque, erano le loro origini.

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La ricostruzione per l’Irpinia: soldi sparsi al vento e aiuti dagli emigranti

Il dispendio di risorse da parte dello Stato Italiano è stato tale da non comprendere che era necessario ricostruire lì, dove la devastazione aveva distrutto tutto e non spostare interi paesi altrove, magari più vicino alle grandi città.

Ma questo, non fu compreso a pieno. Il dio denaro, troppo spesso, si oppone a quello che è il concetto di umanità e, se in molti sì, sono rimasti nei loro territori d’origine, ricostruendo con le loro stesse mani la loro casa, altri che di possibilità non ne avevano, hanno accettato di cambiare completamente vita, trasferendosi nei nuovi quartieri vicini alla città di Napoli.

L’ampliamento di quartiere per accogliere gli sfollati

Quartiere che già esistevano ma che, per volontà, furono ampliati per accogliere “gli sfollati del terremoto”, che non erano solo quelli dell’Irpinia ma dell’intera Campania. Perché sì, il terremoto aveva colpito anche città come Napoli, Salerno, Avellino.

Quartieri come Ponticelli e Scampia furono ampliati con la costruzione di enormi caseggiati atti ad accogliere coloro che non avevano più nulla. Ma anche cittadine come Afragola, Pozzuoli, Monteruscello videro il loro ampliamento per lo stesso motivo.

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40 anni dopo: ciò che resta. Le preghiere per le vittime

Umanità sì, ma anche tanto tanto guadagno a discapito di chi, invece, aveva perso tutto. Oggi, a 40 anni di distanza, la ferita è ancora aperta. Ma ciò che non manca è la preghiera: la preghiera per le 3mila vittime che, oggi, di sicuro, dal Paradiso, intercedono per i loro parenti in terra.

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